La Sardegna alla campagna di ottobre (di Paolo Maninchedda).

“Giungono ragionamenti certificati dagli ambienti della presidente Todde, nei quali la più intelligente è indiscutibilmente lei e infatti noi veniamo informati dai meno arguti dei suoi che parlano e straparlano, per darsi un tono, facendo trapelare notizie e interpretazioni.
Il primo punto è che la Todde dà per persa, e anche male, la questione sollevata dinanzi alla Corte Costituzionale sulla sua decadenza. Sa che è servita, forse, a prendere un po’ di tempo, ma sa anche che è debolissima sul piano dei contenuti.
Il secondo punto è che la stessa Todde dubita che Fercia possa avere delle ragioni nell’obiettare la inammissibilità dell’appello presentato dai suoi legali sulla sentenza di primo grado del Tribunale di Cagliari che le ha confermato la sanzione e ha corroborato la validità dell’atto che innesca la decadenza.
My Dear sta imparando e comincia a capire che il comitato degli adulatori di cui si è circondata ha forse sanato qualche debito morale della campagna elettorale, ma non è stato efficace nell’affrontare la realtà e nel governarla ed è particolarmente imbambolato rispetto alla complessità della questione decadenza.
È in questo contesto che ella sembrerebbe stia considerando il cosiddetto lodo Occhiuto, dal nome del presidente della Regione Calabria, il quale, sentendosi ingiustamente aggredito da un’indagine per corruzione, ha deciso di dimettersi e di ripresentarsi alle elezioni, chiamando l’elettorato al giudizio morale, posto che quello legale sta in capo alla magistratura.
Occhiuto ha preso tutti in contropiede, ha messo spalle al muro sia la sua coalizione che l’opposizione, sorpresa impreparata, ed è proprio questo contropiede nei tempi e nei modi che interessa My Dear.
Ella sa che se dovesse essere dichiarata decaduta, avrebbe difficoltà a essere ricandidata. Sa anche che, se i Sardi si concentrassero sulle cose fatte, la boccerebbero inesorabilmente (fallita la legge sulle aree idonee, fallita la riforma sanitaria, grave la situazione in agricoltura, confuso lo stato dei trasporti, l’urbanistica è assolutamente inesistente e l’ambiente non riesce ad apparire efficiente dinanzi alla prima vera campagna antincendi ecc. ecc.), per cui ha tutto l’interesse a porre sul tavolo un grande diversivo: le dimissioni per restituire al popolo e non ai tribunali il potere di delega del governo della Regione.
Se la Todde si dimettesse ai primi di ottobre (cioè dopo l’assestamento, finalizzato a alimentare la campagna elettorale), il Pd non potrebbe non ricandidarla, perché non ha un’alternativa e, addirittura, potrebbe anche trovarsi ancora in mezzo al guado tra Comandini e Silvio Lai. Inoltre, se la Todde si dimettesse, anche Silvio Lai si troverebbe nella situazione obbligata di doverla sostenere punto e basta, con margini di manovra rinviati all’eventuale riconquista della Regione.
Il centrodestra, dal canto suo, verrebbe sorpreso nel mezzo delle grandi manovre per individuare un leader, con Binaghi fermo sulla sua posizione non negoziante (“Se mi volete, comando io punto e basta”), Zuncheddu che vorrebbe ma non sa come fare, Mura che spera e Cappellacci che si prepara. Paradossalmente, il miglior candidato del Centrodestra contro la Todde sarebbe uno di Centrosinistra, cioè Graziano Milia, ma Milia non può candidarsi con Fratelli d’Italia se non a prezzo di cambiarsi la carta d’identità.
In questo gioco di simmetrie, la Todde potrebbe giocare la sua partita e lo sa; potrebbe perdere, certo, ma se non anticipa il gioco, perde di sicuro, e sa anche questo. Unica controindicazione un ricordo che non ho tempo di approfondire: non ricordo se il comma 3 dell’art. 22 della legge statutaria 1 del 2013 sia in vigore o sia stato cassato dalla Corte costituzionale. Se è vigente, la Todde dimettendosi non può ricandidarsi. Se le cose stanno ancora così, la Todde è inesorabilmente inerme e nelle mani del Pd”. (Paolo Maninchedda, sardegnaeliberta.it).
Commenti recenti