E’ morto Don Paolino Fancello, il prete-calciatore dal cuore grande.

Dopo una lunga malattia è morto all’età di 83 anni, presso l’ospedale San Francesco di Nuoro, dov’era ricoverato da tempo, Don Paolino Fancello, il prete dei poveri, dei diseredati, dei meno abbienti, degli ultimi.
Sempre disponibile e pronto a portare conforto, a recitare una preghiera per chi ne aveva bisogno.
Un sacerdote d’altri tempi, che avrebbe compiuto tra poco 60 anni di vita sacerdotale, trascorsa come assistente in Seminario, e come parroco a Tresnuraghes e a Bosa, dove aveva rivitalizzato la parrocchia dei Cappuccini, frequentata da tantissimi giovani, creato Radio Planargia e la squadra di calcio della Calmedia, contribuendo in pantaloncini e scarpe bullonate a portarla fino alla Promozione.
In quella squadra ho giocato per alcuni anni assieme a Paolino, tipico mediano incontrista vecchio stampo, duro come richiedeva la sua tempra di sedilese mai domo. E proprio per questo, grazie anche a una grinta fuori dal comune, riusciva sempre a recuperare una caterva di palloni.
Bianconero sfegatato, non perdeva occasione, ai tempi della grande Juve, di prendere in giro i tifosi “avversari”, aprendo discussioni che non finivamo mai, senza retrocedere di un millimetro nel difendere la sua squadra del cuore.
La mia amicizia con Paolino risale a tanto tempo fa: ha celebrato il mio matrimonio, ha battezzato i miei figli, ha celebrato il matrimonio di mio figlio e battezzato i miei nipoti. Tra i tanti episodi che mi legano a lui, ricordo che nel periodo delle “radio libere” militavo nella storica Radio Oristano e, durante le vacanze in quel di Bosa, Paolino mi aveva convinto a condurre a Radio Planargia alcuni programmi, tra cui uno, molto seguito, dedicato al calcio dilettantistico, proprio insieme a lui. Durante la trasmissione spesso lo prendevo bonariamente in giro per la sua rudezza da perfetto incontrista e per i suoi piedi dal tocco non certo cristallino. E la cosa anziché “offenderlo” lo divertiva un mondo.
Di Don Paolino potrei parlare per ore, ma sintetizzando, e senza cadere nella retorica, posso affermare tranquillamente che dietro questa apparente corazza d’acciaio Paolino aveva un cuore grande così. E di questo ne hanno giovato, e possono essere buoni testimoni, sia i suoi parrocchiani di Tresnuraghes che quelli di Bosa, che a Don Paolino Fancello hanno voluto un bene immenso. Insomma, senza paura di essere smentito, posso serenamente sostenere che ci ha lasciati un “Uomo Buono”.
Le esequie saranno celebrate, nella chiesa parrocchiale di Sedilo, mercoledì 11 marzo, alle 15.

Nel 2003, nel mio libro “Storie di ordinari campioni”, edito da “Punto A” della compianta Bianca Laura Petretto, nella collana “Storie parallele”, tra alcuni dei personaggi che, a vario titolo, avevano dato lustro nello Sport alla provincia di Oristano (Delfo Burato, Celestino Conti, Sergio Crovi, Roberto Ennas, Gianfranco Farina, Francesco Garau, Giovanni Garau, Roberto Martani, Gavino Masu, Gianfranco Matteoli, Gianni Oppo, Francesco Sanna Randaccio, Marzio Schintu, Franco Tomasi – ma tanti altri avrebbero meritato di essere citati -), avevo inserito anche Paolino Fancello.
Titolo del pezzo che vi ripropongo “Un prete a centrocampo”.
Paolino indossa un giubbotto leggero, dal taglio sportivo, sopra una maglietta scura e pantaloni blu notte. Nulla a che vedere con lo stereotipo del prete cui siamo comunemente abituati, se non fosse per quella croce di legno appesa sul collo con un cordoncino di cuio, sempre in bella evidenza.
E’ in forma strepitosa: fisico asciutto, solo qualche spruzzata di grigio nei capelli. A quasi sessant’anni Paolino, sedilese di nascita ma bosano d’azione, decimo di undici figli, mantiene un aspetto davvero giovanile, forse perché continua a macinare chilometri, come ai vecchi tempi.
Lascia per un attimo le sue occupazioni – ci sono i preparativi della festività di San Marco, una delle più importanti di Tresnuraghes, paese di cui è parroco – e accetta di svelare il suo trascorso di prete-calciatore perché, in fondo, si è sempre considerato un mediano vecchio stile al servizio di Dio.
“Correre mi entusiasmava fin fai tempi del seminario, dove entrai prestissimo. Ho frequentato le elementari a Sedilo, e lì trascorrevo interi pomeriggi a correre dietro a una palla di stracci; poi, terminate le scuole, affascinato dai missionari che venivano in paese, decisi di coltivare la mia vocazione in quel di Bosa. Concluso il ginnasio fui costretto ad andare a Cuglieri, per proseguire gli studi presso i gesuiti. Il seminario di Cuglieri era allora all’avanguardia, sia dal punto di vista organizzativo, sia da quello culturale. Durante il primo anno provai, però, una forte delusione, dato che il rettore, padre Bozzola, aveva proibito il gioco del calcio perché, secondo lui, distoglieva dalla vocazione. Chi veniva scoperto non sfuggiva a un bel sette in condotta. Erano permessi, invece, tennis, basket, pallavolo e atletica. Unica concessione calcistica, l’ascolto alla radio, la domenica pomeriggio, delle cronache del mitico Nicolò Carosio. Solo con l’avvento del nuovo rettore, padre Lanza, le cose cambiarono e il calcio giocato nel nostro campetto ebbe tutto lo spazio che meritava, per la grande gioia dei trecentoventi alunni del seminario”.
Giocatore e uomo di Chiesa, dunque. Ma non solo. Paolino una squadra di calcio l’ha voluta anche fondare. E’ la Calmedia di Bosa, una formazione che è arrivata fino alla Promozione regionale, e che, tuttora, milita nel campionato di Prima categoria. Della Calmedia Don Paolino è stato, anni addietro, di volta in volta, allenatore, dirigente, presidente, ma sempre e soprattutto calciatore.
“Nel ’66, a Bosa, ebbi l’incarico di assistente dei seminaristi, con i quali al campo sportivo disputavamo partite interminabili: infatti, finchè la mia squadra non era in vantaggio non fischiavo la fine della gara. Dopo qualche anno fui assegnato alla parrocchia dei Cappuccini, dove rimasi per ben diciotto anni. Qui esisteva già un movimento giovanile creatosi intorno a Don Fiumene. Il parroco di allora aveva formato una squadretta, la Velox, che partecipava ai tornei del Centro Sportivo Italiano. Io provai a dare alla struttura una maggiore organizzazione, e così iscrivemmo la squadra al campionato di Terza categoria della Figc, cambiando il nome in Calmedia. Per i primi due anni svolsi il duplice compito di allenatore-giocatore, arrivando a sfiorare la promozione. La ottenemmo al terzo tentativo, grazie ai vari Pinna, Morelli, Cossu, Vadilonga, Pisanu, e al tecnico Cacciola. Con l’avvento di Nino Pinna, in qualità di tecnico e giocatore, e con l’innesto di altri validi elementi nella rosa, riuscimmo in tre anni a raggiungere la Prima categoria, e in altri tre ad arrivare alla Promozione, dove la Calmedia rimase per nove campionati”.
Il ruolo di Don Paolino è stato quello di mediano vecchia maniera, alla Benetti per intenderci. Tosto, grintoso, inesauribile, sempre pronto – come da vocazione divina – a dare una mano d’aiuto al compagno in difficoltà, e a punire – anche se lui nega, sorridendo – con una “salutare tacchettata” gli avversari, ai quali, purtroppo per loro, nella concitazione del gioco sfuggiva una bestemmia, per poi battersi il petto recitando il “mea culpa”.
“La mia foga agonistica – ammette – mi portava a commettere dei falli, ma sempre casualmente e senza intenzione di far male. Non mi piacevano i falli di reazione, anche perché ho sempre pensato che fosse da stupidi lasciare la squadra in inferiorità numerica”.
Non mancano, nella carriera calcistica di Don Paolino, alcuni episodi divertenti. “Due, in particolare, mi fanno ancora sorridere. Uno accadde proco prima di battere un rigore, se non ricordo male, durante l’incontro Calmedia-Orosei. Tra i pali della squadra avversaria c’era Gian Pio Porcu, ex terzo portiere del Cagliari e della Tharros, che cercava di provocarmi e, muovendo le mani alla maniera di Giucas Casella, mi diceva: “A me gli occhi, prete! Guardami, guardami… Vediamo se il tuo Dio ti assiste mentre sbagli il rigore”. Realizzai il tiro dal dischetto e, dopo pochi minuti, ci venne concesso un altro calcio di rigore. Apriti cielo! Porcu, paonazzo, cambiò immediatamente atteggiamento e mi apostrofò con epiteti irripetibili, il più dolce dei quali fu “prete maledetto”. Io realizzai anche quel rigore, e da allora siamo diventati amici. Un altro episodio avvenne al termine di una partita infuocatissima, giocata e vinta dalla Calmedia fuori casa. Alla fine dell’incontro, i tifosi più esagitati ci avevano aspettato fuori dagli spogliatoi. Uno di loro mi chiese chi della Calmedia fosse quel “prete…puntini, puntini…”, e io, tra le risate degli altri compagni di squadra, indicai Nino Pinna che stava per uscire proprio in quel momento e che, invece, fu costretto a rinchiudersi dentro per sfuggire alla folla inferocita. Poi tutto si risolse per il meglio”.
A un certo punto Paolino decise di lasciare la società. “Non mi ritrovavo più con quei dirigenti che, seguendo l’andazzo generale, avevano deciso di pagare i calciatori, mentre sino ad allora, persino in Promozione, non avevamo mai dato un soldo a nessuno. Perché il nostro scopo era quello di giocare per puro divertimento. D’altro canto, sapevamo perfettamente che il denaro avrebbe attirato mercenari da fuori, a discapito del settore giovanile che da sempre era stato la nostra linfa vitale. I fatti, poi, mi hanno dato ragione. Quel tipo di politica ha fatto sprofondare la Calmedia fino alla Seconda categoria, da cui non riusciva più a risalire. Dopo alcuni anni è stato richiesto nuovamente il mio aiuto e, come presidente, con l’aiuto di validi collaboratori, ho riportato la squadra in Prima categoria. Adesso, dato che credo molto nello sport come strumento di crescita e di aggregazione, anche qui, a Tresnuraghes, sto cercando di dare una mano ad alcuni amici che, ripartendo da zero, vogliono costruire la società, incominciando dal settore giovanile”.
Paolino è un’autentica riserva di idee ed energia, e, ascoltandolo, non si può fare a meno di pensare a quanto sul suo conto diceva la buonanima di Nino Pinna: “Come calciatore, con i piedi che si ritrova, non può sperare di arrivare più in alto. Ma come uomo e come prete è in Serie A già da tempo”.

Commenti recenti