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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di pig (del 02/08/2008 @ 20:30:25, in cronaca, linkato 553 volte)
I “Grandi Eventi” della Sardegna sono in rete tra loro. E’ nata l’Associazione “BES – Best Event Sardinia”, che raccoglie gran parte delle manifestazioni culturali, identitarie e di spettacolo inserite nel cartellone del progetto regionale Bes, avviato nell’ottobre del 2006 e in scadenza nell’ottobre del 2008. La presidenza è affidata ad Angela Nonnis, sindaco di Oristano e Presidente della Fondazione Sa Sartiglia. Hanno aderito già 28 soggetti, tra associazioni, enti pubblici, fondazioni che organizzano gli eventi, mentre altri stanno predisponendo la documentazione necessaria. Promosso dalla Regione Autonoma della Sardegna (POR Sardegna 2000 – 2006), e affidato ad un raggruppamento temporaneo di imprese (sei partner), coordinato dall’ATER – Associazione teatrale Emilia Romagna, il progetto Bes ha lavorato negli ultimi due anni alla promozione e commercializzazione degli eventi culturali e di spettacolo dell’isola. I riti più significativi della Settimana Santa, i Carnevali di più consolidata tradizione, i festival, i circuiti musicali e teatrali, le mostre d’arte sono stati valorizzati attraverso azioni di comunicazione e promozione, marketing territoriale, marketing diretto, relazioni media, pianificazioni media in Italia e all’estero, partecipazione a fiere nazionali e internazionali. L’obiettivo del progetto è proprio quello di accrescere la capacità degli eventi, e di attrarre nuovo pubblico nazionale e internazionale di “viaggiatori” sensibili e attenti ai valori e all’identità dei territori, anche oltre il tradizionale periodo estivo. Alcune ricerche e rilevazioni, fatte durante lo svolgimento degli eventi, hanno misurato gli effetti positivi dell’attività di promozione. Sono state portate avanti attività coordinate e “di rete” tra gli eventi, come il Contact Center Bes 800 88 11 88 (numero verde attivo dall’Italia in grado di fornire informazioni in più lingue su eventi e territorio), il Contact Center 00 800 888 999 00 (numero verde attivo da Francia, Gran Bretagna e Germania), le relazioni media sulla stampa nazionale, il sito sardegnacultura.it/grandieventi, le proposte turistiche collegate agli eventi. La fase finale del progetto prevedeva proprio la creazione di un’associazione degli eventi, costituita dagli enti pubblici coinvolti e dalle realtà private interessate. La nascita della rete “Bes – Best Events Sardinia” conclude positivamente un percorso di valorizzazione, avviato due anni fa dal progetto regionale Bes e apre una nuova fase di protagonismo dei soggetti. A novembre è prevista la presentazione ufficiale dell’associazione, dei suoi membri, dei suoi programmi. Sarà una realtà aperta, in grado di promuovere sia le manifestazioni culturali che i territori, provvedendo autonomamente al proprio bilancio grazie alle quote associative, ma anche ad attività di fund raising, sponsorizzazioni, partecipazioni a bandi pubblici. La messa in rete dei servizi permetterà di razionalizzare le spese, di valorizzare al meglio i contributi pubblici già oggi erogati e di offrire un supporto adeguato a tutti i soci. L’associazione avrà un ruolo centrale nello sviluppo di attività di promozione.
Altre notizie:
Il Sindaco, Angela Nonnis, l’Assessore allo Sport, Francesco Pinna, e quello alla Cultura, Tonino Falconi, hanno ricevuto in Comune, a Palazzo Campus Colonna, i ragazzi dell’Oristano baseball, recenti vincitori del campionato regionale di categoria. Durante l’incontro il Sindaco Nonnis e l’Assessore Pinna hanno premiato i campioni regionali con una targa ricordo, a testimonianza dell’importante risultato sportivo conseguito dalla formazione di baseball. La squadra era accompagnata dal Presidente,Luigi Manca, dall’allenatore cubano, Noel Guerra (tecnico vincitore di quattro titoli mondiali giovanili nel 1995, 1998, 2000, 2001), e dal Presidente regionale della Federazione italiana baseball, Carlo Puddu. A Settembre la Oristano baseball parteciperà alle finali nazionali di categoria in programma a Roma.
Di pig (del 04/08/2008 @ 17:30:45, in cronaca, linkato 1143 volte)
Tra i vari articoli che si sono occupati, ieri, di politica regionale, ne ho trovato uno particolarmente esilarante: quello di Paolo Figus, direttore de “L’Unione Sarda”, apparso sulla prima pagina del “bugiardino” (così viene oramai definito negli ambienti politici, e non solo, il quotidiano cagliaritano, grande nel formato ma piccolissimo nello “spessore politico”), intitolato “Nel Pd chi ha paura delle primarie?”. Ciò che ci ha fatto sorridere non è tanto il fatto che sia stata evidenziata la lacerazione (davanti agli occhi di tutti) all’interno del Pd (in questa fase il Pd ha, infatti, toccato il fondo), secondo le direttive (o la linea editoriale) di Padron Zunc, incanalandola nell’ormai scontata, ripetitiva e stantia campagna mediatica anti Soru, quanto l’incredibile faccia tosta con la quale si “sorvola” su una insignificante circostanza. E cioè, che divisioni e spaccature vi sono anche all’interno del centro-destra o del Popolo della Libertà (?) che dir si voglia (la diatriba, per esempio, tra le due mammolette Nizzi-Giovanelli si arricchisce tutti i giorni di nuovi episodi), dove c’è chi vuole le primarie e chi non le vuole; dove sono tanti i golosoni che sgomitano per l’investitura anti Soru alle regionali; dove le frizioni e colpi bassi sono all’ordine del giorno, tant’è che Berlusconi (non il partito o la coalizione), stanco di così aspri litigi, pare abbia ormai deciso per la candidatura di un esterno (e se è un non sardo ancora meglio). Come si fa, allora, a scrivere che “…il candidato delle regionali sarà obbligatoriamente Soru perché questo è l’ordine romano”, senza ricordare quanto abbiamo appena riferito e dimenticando, volutamente, come il centro-destra isolano sia stato da sempre romano-dipendente (senza neppure tirare in ballo Comincioli). In questi casi, se la memoria non aiuta, dovrebbe essere la decenza a non far gridare “al lupo, al lupo”, quando il lupo lo si ha in casa. Visto che siamo già in campagna elettorale (come ha detto, giustamente, Figus) evitiamo di prendere in giro i lettori, che, per loro fortuna, apprendono le notizie anche da altre fonti d’informazione, e che, non avendo la memoria labile, ricordano come poco abbiano contato i politici isolani del centro-destra nella formazione delle liste per le politiche (chiedete a Giovanni Marras cosa ne pensa) e come poco siano stati considerati quando si è trattato di comporre la squadra di ministri, viceministri e sottosegretari (vero Pisanu, Cicu, Massidda e compagnia?). Figuriamoci se ora il “Grande Tacco” permetterà, a chi considera dei frilli della politica, di scegliere (in casa propria) il candidato alla presidenza per le elezioni regionali. I riferimenti a Roma, in questo caso, cadono a puntino, e siamo certi che l’acceso dibattito (per usare un eufemismo) attualmente in atto nel Pd, nel PdL non sarebbe mai successo, né accadrà mai, per un solo motivo: nonostante le apparenze, nel PdL non c’è alcuna democrazia, perché a comandare è una sola persona e tutti gli altri ubbidiscono. Di tanto in tanto, il magnanimo Sovrano concede ai sudditi la libertà di abbaiare, e poi, dopo averli fatti sfogare, tutti zitti e a cuccia. Se, quindi, in casa Pd c’è da piangere, nei palazzi del PdL non c’è proprio niente da ridere. Sarà probabilmente per questo motivo, per non intristire i suoi affezionati lettori, che Figus ha scordato di riportare nel suo articolo la parte relativa al PdL? Nonostante questo, il pezzo di Figus sul “bugiardino” in noi ha suscitato l’effetto contrario: ci ha fatto scompisciare dalle risate.
Altre notizie:
“La Regione metterà una parte delle enormi risorse che lo Stato spende oggi con la Tirrenia, per facilitare l’accettazione degli oneri di servizio pubblico da parte dei privati, che è il modo per rendere il trasporto rispettoso delle regole europee, come avviene per il trasporto aereo”. Renato Soru lo ha detto, illustrando ai rappresentanti della Confindustria, in Sardegna, i risultati dell’incontro di venerdì scorso con il Ministro delle Infrastrutture,Altero Matteoli, e il lavoro impostato dalla Giunta regionale in materia di continuità territoriale marittima per i passeggeri e le merci. La riunione, tenuta in Regione da Renato Soru, insieme all'assessore dei Trasporti, Sandro Broccia, è l'avvio dei contatti con il sistema delle imprese della Sardegna. All'incontro hanno partecipato il neo Presidente regionale Massimo Putzu, e i responsabili di Cagliari, Alberto Scanu, di Sassari, Stefano Lubrano, e di Nuoro, Antonio Nieddu, con i rispettivi direttori. Il Presidente Soru ha spiegato che è obiettivo della Regione arrivare, entro il prossimo autunno, alla conferenza di servizi e alla gara internazionale per l’imposizione degli oneri di servizio pubblico, confermando l’assicurazione, da parte del Ministro, sul non rinnovo della convenzione con la Tirrenia. La conferenza di servizi dovrà stabilire le regole del dopo-monopolio, definendo con quale cadenza, velocità, tipo di navi e costi sarà garantita la continuità marittima per i passeggeri e per le merci. Proprio per quanto riguarda il trasporto delle merci, sottolineando i danni ambientali provocati dall’attraversamento, tutti i giorni, della Sardegna da parte di 400 Tir in direzione Olbia, il Presidente della Regione ha illustrato le conseguenze che questa novità, insieme al Piano di ristrutturazione delle Ferrovie, comporta per l’insieme della portualità della Sardegna. “Olbia – ha detto Renato Soru – non può sostituire Golfo Aranci, specializzandosi come porto per le merci della Sardegna. Anzi, vuole incrementare la propria vocazione turistica, il traffico da crociere, restando il più importante porto passeggeri e salvaguardando la mitilicoltura per le acque del golfo. Se merci devono essere trasportate saranno quelle del nord est della Sardegna”. In relazione al programma delle Ferrovie di interrompere il servizio merci da Golfo Aranci, il Presidente Soru ha detto che l’obiettivo della Regione è quello di arrivare alla continuità territoriale marittima per i passeggeri e per le merci, mantenendo bassi i costi del trasporto, con un servizio sicuro e di qualità , e riducendo i costi ambientali. Proseguendo con le distinzioni territoriali e tenendo conto della vocazione turistica del porto cittadino di Cagliari, il Porto Canale del capoluogo, con il nuovo banchinamento e senza più il monopolio Tirrenia, è destinato ad essere il grande porto delle merci del sud dell’isola. Nel nord della Sardegna, Porto Torres diventerebbe, sempre di più, il porto per i collegamenti col settentrione d’Italia, la Francia e Civitavecchia, assumendo il ruolo di nodo di una linea internazionale che conta sulle ampie aree portuali e sul collegamento ferroviario. La fine del monopolio Tirrenia, soprattutto nei collegamenti tra Cagliari e il continente, renderà possibile raggiungere Civitavecchia in 7 ore da Cagliari e Livorno in 11 ore, a 25 nodi di velocità, con servizi di qualità, la certezza dell’imbarco, e un risparmio di costi.
Spigolature:
La firma ancora non c'è, ma pare ormai quasi certo che il manager della Asl di Oristano, Antonio Onnis, emigrerà in altri lidi, visto che la giunta regionale sembra non abbia alcuna intenzione di confermare il mandato. La voce sulla bocciatura di Onnis gira in città già da tempo, ed è stata accolta con malcelata soddisfazione da addetti ai lavori ed utenti. A cercare di riportare la Asl di Oristano a livelli dignitosi ci proverà Bruno Palmas, già manager della Asl di Lanusei, dove di lui si dice un gran bene. L' arrivo di Palmas dovrebbe essere certo, visto che il manager (già ex segretario provinciale dei Ds di Oristano) si è dimesso, proprio in questi giorni, da medico di base, per evitare ogni sorta di incompatibilità.
Con la valigia in mano è anche Gabriele Tola, uno dei due dirigenti dell'area tecnica al comune di Oristano. Per lui non si tratta di una bocciatura, ma di una promozione, perchè dovrebbe essere nominato Soprintendente regionale ai beni architettonici e paesaggistici. Tola, che prenderà il posto di Fausto Martino, non riconfermato, dovrebbe occupare il nuovo incarico a partire dai primi di settembre. Affermare che la città si sia accorta della presenza di Gabriele Tola sarebbe dire una bugia, anche perchè il dirigente dell'area tecnica operava ad Oristano da pochi mesi. Appresa la notizia, sindaco e, soprattutto, i partiti sono già all'opera per trovare il sostituto. La caccia alla poltrona è aperta.
Di pig (del 06/08/2008 @ 14:01:24, in cronaca, linkato 663 volte)
L’Assessorato alle politiche sociali del comune di Oristano ha varato un programma di interventi e iniziative volte a fronteggiare l’emergenza caldo e il disagio della popolazione anziana durante il periodo estivo. “Le misure, adottate dal comune – ha spiegato l’assessore alle Politiche sociali, Chicco Varsi - in accordo con l’Auser, che rimarranno in vigore fino alla fine di settembre, mirano a migliorare la qualità della vita degli anziani e dei disabili, che più di tutti soffrono quando le temperature toccano picchi particolarmente elevati. I servizi offerti dal Comune si affiancano a quelli garantiti dagli altri soggetti istituzionali, come il Ministero della Salute, che da tempo ha attivato il numero verde 1500”. Per l’assessore Varsi “…il servizio più efficace è, però, quello che ogni cittadino può offrir, vigilando sulla salute dei propri vicini di casa. Molte volte basta un po’ di attenzione e di sensibilità per prevenire situazioni drammatiche”. Grazie alla collaborazione dei volontari dell’Auser sarà garantito l’intervento a domicilio, anche di domenica, per l’acquisto urgente di farmaci e generi alimentari, nonché per l’accompagnamento degli anziani e dei disabili presso i presidi sanitari (ambulatori, centri di analisi). Il comune, inoltre, ha disposto che i cittadini ultrasessantacinquenni, residenti a Oristano e nelle frazioni, possano usufruire gratuitamente del servizio di trasporto pubblico urbano. Il costo degli abbonamenti sarà rimborsato dal comune. Per ottenere il rimborso, ai richiedenti sarà sufficiente presentare al comune l’abbonamento e un documento di riconoscimento (carta d’identità o patente) in corso di validità.
Per ogni informazione e necessità, gli anziani e i disabili si possono rivolgere ai seguenti numeri:
Numero verde emergenza caldo del Ministero della Sanità 1500
Comune di Oristano - Ufficio Servizi Sociali 0783 791208, 0783 791294
Vigili Urbani – 0783 212121
Auser – 0783 217044 e 340 7198872 - Numero Verde 800995988
Vigili del Fuoco – 0783 359540
ASL 5 (Emergenze) 118
Altre notizie:
Dal 1° Dicembre parte il nuovo servizio di trasporti pubblici urbani. L’ARST si è aggiudicata l’appalto che ha la durata di 9 anni. Il nuovo servizio sarà presentato ai giornalisti dal sindaco, Angela Nonnis, dall’assessore ai Trasporti, Ivano Cuccu, dal comandante della Polizia Municipale, Rinaldo Dettori, e dal presidente e dal direttore generale dell’ARST, Renato Mameli e Carlo Poledrini.
La conferenza stampa si terrà domani mattina (giovedì 7 Agosto), alle 11, nella sala giunta del comune di Oristano (Palazzo Campus Colonna).
Prima risposta concreta del Comune di Oristano per migliorare le condizioni di sicurezza stradale nelle frazioni di Donigala e Silì. La Giunta Nonnis, su proposta dell’Assessore al Traffico, Ivano Cuccu, e accogliendo le sollecitazioni e le petizioni popolari, ha infatti disposto l’installazione di due postazioni fisse per il rilevamento elettronico della velocità nelle due frazioni. “È un provvedimento che serve per indurre gli automobilisti a moderare la velocità – ha detto l’assessore Cuccu -. Nella via Nazionale, a Silì, e sulla Strada statale 292, a Donigala, troppi automobilisti non solo non rispettano i limiti di velocità, ma non si curano minimamente delle più elementari norme di sicurezz, e anche i tragici eventi delle ultime settimane lo confermano. I cittadini residenti nelle due frazioni hanno, giustamente, fatto notare i pericoli derivanti da questi comportamenti e la Giunta comunale è voluta intervenire prontamente per prevenire possibili situazioni di pericolo. A Oristano le postazioni fisse per il rilevamento elettronico della velocità hanno fatto la loro comparsa due anni fa – ha aggiunto l’assessore Cuccu -. I livelli di sicurezza in quei punti della rete stradale (all’ingresso nord dopo il ponte sul Tirso e all’incrocio tra la via Cagliari e la via Diaz) sono sensibilmente migliorati e siamo convinti che la stessa cosa possa accadere anche a Silì e Donigala”.
I lavori della seduta del consiglio comunale di Oristano sono stati aggiornati a domani, giovedì 7 agosto, alle 18,ed eventualmente all’ 8 agosto 2008, sempre alle 18, per la trattazione dei seguenti argomenti:
- Variante al PUC adottato definitivamente il 21.12.2006 per adeguamento regolamento edilizio e norme tecniche di attuazione.
- Mozione Consiglieri Solinas-Tatti:”Concessione d’uso gratuito degli impianti comunali connessi con il sistema idrico integrato al gestore unico società Abbanoa S.p.a.”.
- Modifica Statuto Comunale.
- Modifiche al regolamento sul funzionamento del Consiglio Comunale.
- Mozione Urgente Consiglieri Solinas-Tatti: “Bando regionale rivolto agli enti locali per il programma di adozione di energie alternative”.
- Approvazione regolamento per la gestione del patrimonio immobiliare del comune;
- Stazione di sollevamento fognario in località “Palloni” ed in località “Pesaria” – Richiesta di concessione edilizia in deroga al rispetto dell’indice fondiario.
- Mozione Urgente Cons. Faedda: “Istituzione Stalli di sosta a pagamento nella Borgata Marina di Torregrande”.
- Mozione urgente Gruppo PD “Zone franche urbane”.
Di pig (del 07/08/2008 @ 14:30:24, in cronaca, linkato 843 volte)
Aumento delle corse, entrata in servizio degli autobus elettrici, istituzione del servizio a chiamata, aumento del chilometraggio annuo, istituzione di nuovi collegamenti. Sono solo alcuni dei nuovi servizi che, dal 1° dicembre, qualificheranno i trasporti pubblici urbani, che saranno gestiti per i prossimi nove anni dall’ARST. I nuovi servizi sono stati presentati, questa mattina, nel corso di una conferenza stampa, dal sindaco, Angela Nonnis, dall’assessore ai Trasporti, Ivano Cuccu, dal Comandante della Polizia Municipale, Rinaldo Dettori, dal presidente e dal direttore generale dell’ARST, Renato Mameli e Carlo Poledrini. Secondo il sindaco Nonnis e l’assessore Cuccu “…la presenza dell’azienda regionale di trasporti garantisce la qualità del servizio, e questo è motivo di grande soddisfazione, soprattutto dopo i problemi che hanno caratterizzato il servizio nei mesi scorsi. Sono previste, infatti, importanti novità che dovrebbero consentire un sensibile miglioramento del servizio, visto che l’ARST si è impegnata ad aumentare da 700 mila a 800 mila i chilometri annui percorsi”. Tra le principali novità, l’istituzione del collegamento tra la città e le borgate di Tiria e San Quirico, con 14 corse giornaliere. Stesso numero di corse anche per il collegamento giornaliero, durante il periodo estivo (dal 16 Giugno al 15 Settembre), tra le frazioni di Massama, Nuraxinieddu, Donigala e Torre Grande. Con il nuovo servizio sarà istituito, tutti i giorni, anche un collegamento con la zona industriale ed inoltre entrerà in funzione una navetta che servirà il centro storico. Novità anche sul fronte del parco mezzi, che si arricchirà di cinque autobus da 101 posti (39 a sedere e 62 in piedi), dotati di pedana per l’accesso dei disabili, e capaci di trasportare anche due carrozzine, e di due minibus elettrici (dotati di pedana e spazi per le carrozzine dei disabili) da 33 posti (7 a sedere più 26 in piedi). A bordo degli autobus saranno installate delle telecamere. Ogni autobus sarà dotato di sistema di localizzazione GPS, che avrà il duplice scopo di comunicare con i tabelloni e le paline informative dotate di display elettronico, e quello di fornire dati alla centrale operativa sul loro posizionamento. I tabelloni elettronici (almeno due) saranno posizionati nell’autostazione, per comunicare all’utenza informazioni in tempo reale: orari di arrivo e partenza, eventuali ritardi, numero di corsia o della linea associati alle destinazioni. Saranno posizionate almeno dieci paline informative, dotate di display su ambo i lati, collocate nelle fermate degli autobus per comunicare all’utenza, tramite scritte o grafici, informazioni in tempo reale relative ai mezzi pubblici in arrivo. La palina elettronica comunica tramite sistemi wireless con ogni mezzo pubblico dotato di un dispositivo GPS. Il sistema informatico della palina riceve i dati di localizzazione del bus e comunica sul display il tempo di attesa. L’ARST offrirà anche un servizio a chiamata nelle aree nelle quali la domanda risulta sporadica. L’utente potrà chiamare l’azienda, specificando l’origine, la destinazione e la finestra temporale desiderata. Sulla base delle richieste, sarà preparata una lista di prenotazioni e di percorsi che saranno comunicati agli utenti. Il Comune percepirà il 10% del ricavato dalla vendita dei biglietti, mentre all’ARST sarà corrisposto il contributo regionale, stimato in un milione 171mila euro l’anno (importo calcolato in base al contributo d’esercizio accreditato dalla Regione al Comune nel 2006).
Di pig (del 12/08/2008 @ 00:00:15, in cronaca, linkato 674 volte)
In tutti i media del mondo a tenere banco sono, attualmente, le Olimpiadi di Pechino, che oltre ai risultati sportivi hanno portato alla ribalta anche il grosso problema dei diritti umani in Cina. Al simbolo olimpico di fratellanza mondiale dei cinque cerchi, fa però da contrasto in questi giorni un’altra notizia, che occupa oramai stabilmente la prima pagina di giornali e tv di tutto il mondo: il conflitto tra Russia e Georgia, che sta preoccupando la comunità internazionale, anche per il clima di forte tensione venutosi a creare tra Russia e Stati Uniti. E questo conflitto non è, purtroppo, un caso isolato, visto che sono attualmente tanti i popoli in guerra tra loro o devastati da lotte fratricide. Per chi avesse voglia di saperne di più sull’argomento, ecco un rapporto dettagliato, tratto da “Peace Reporter”, da leggere, eventualmente, anche a puntate.
Un mondo in guerra. Come sta dimostrando, in questi giorni, la drammatica escalation di violenza tra Russia e Georgia sulla questione legata al destino dell'Ossezia, continuano a essere tanti i focolai accessi, i conflitti irrisolti. Alcuni, grazie all'occhio attento dei media e dell'opinione pubblica finiscono dentro le nostre case e nelle nostre discussioni. Altri, per ragioni strategiche e geopolitiche sono conflitti delicatissimi dai quali dipende il futuro equilibrio del mondo. Altri ancora sono sconosciuti ai più, proprio perchè non rientrano nelle prime due categorie. Non per questo, però, possono essere dimenticati. Considerando tutte le guerra ancora in corso nel mondo, e se ad esse aggiungiamo quelle conclusesi negli ultimi 5 anni, il numero di donne e uomini che hanno perso la vita in teatri di guerra arriva alla raccapricciante quota di oltre sette milioni e settecentomila morti. Questo rapporto - il cui materiale è reperibile sul sito di Peace Reporter - vuole fare luce su tutti i conflitti aperti nel mondo. E' dovere di tutti non dimenticare chi, ancora oggi, soffre a causa della guerra e fare qualsiasi cosa possibile per provare a fermare queste mattanze.
AFRICA
BURUNDI: Conflitto dal 1993 al 2002 tra i guerriglieri di etnia hutu delle Forze per la Difesa della Democrazia (Fdd) e del Forze Nazionali di Liberazione (Fnl) contro il governo controllato dalla minoranza tutsi. Dal 2003 a oggi, dopo la firma di un accordo di pace nell'ottobre del 2003 tra il governo e l'Fdd, l'unica fazione ancora in lotta è il Fnl. Le vittime, in dieci anni di guerra sono state 300.000.
CIAD: Il conflitto tra il 1960 e il 1990 è stato tra i guerriglieri del Fronte di Liberazione Nazionale - musulmani del nord, appoggiati dalla Libia di Gheddafi - contro i governi cristiani sostenuti dalla Francia. Dal 1990-1996 tra i guerriglieri del Movimento per la Democrazia e lo Sviluppo fedeli al deposto presidente Hissène Habrà - radicati nel sud del Paese - contro il governo del presidente (e generale) Idriss Dèby, sostenuto dalla Francia. Dal 1997 al 2002 tra i guerriglieri del Movimento per la democrazia e la giustizia in Ciad , situati nel nord del Paese e sostenuti dalla Libia, contro il governo. Nel 1998 l'MMD e le Forze Armate per la repubblica federale vengono integrate nel governo. Inoltre nel 1999 un cartello di 13 piccole gruppi d'opposizione al governo formano il Coordinamento dei movimenti armati e politici. L'accordo di pace tra governo ciadiano e Mdjt viene siglato nel gennaio 2002 a Abidjan, ma si registrano scontri tra esercito e frange ribelli fino al 2004. Nel 2003 alcuni membri dell'ANR (Arme Nationale de Résistance), un gruppo ribelle nato nel 1995, hanno firmato un accordo di pace con il governo e sono stati integrati nelle forze armate nazionali. Dall'Ottobre 2005 a oggi si è assistito alla formazione di due gruppi armati ribelli. Il Rdl (Rassemblement pour la Démocratie et la Libertè), i cui membri in buona parte provengono da elementi non smobilitati dell'ex Anr, e lo Scud (Socle pour le changement, l'unité nationale et la démocratie), formato principalmente da ex-militari che hanno disertato per forti disaccordi con il presidente Idriss Deby. Nell'autunno 2006 i due gruppi si sono fusi nel Fuc (Front Uni pour le Changement). La vittime sono oltre 50 mila dal 1965.
COSTA D'AVORIO: Dal Settembre 2002, un fallito colpo di stato ai danni del presidente Laurent Gbagbo ha scatenato una guerra civile che vede opposti l'esercito ivoriano e i ribelli delle Forze Nuove (Fn), sigla che comprende tre formazioni armate. Il paese è separato da una zona cuscinetto che corre da est a ovest e divide in due il paese. La zona è pattugliata da 10.000 uomini armati divisi tra i caschi blu della missione Onuci e i militari francesi dell'operazione Licorne. La parte meridionale è controllata dal governo di Laurent Gbagbo (che controlla anche le due capitali: quella amministrativa, Abidjan, e quella governativa, Yamoussoukro). Le regioni settentrionali, a maggioranza musulmana, sono invece in mano ai gruppi ribelli uniti nella coalizione armata delle Forze Nuove: i guerriglieri del Movimento patriottico della Costa d'Avorio (Mpci), del Movimento per la Pace e la Giustizia (Mpj) e del Movimento Popolare Ivoriano per il Grande Ovest (Mpigo). Numerose formazioni mercenarie operano ai confini con la Liberia e la Sierra Leone, combattendo per il miglior offerente. La vittime sono oltre 3 mila.
ERITREA E ETIOPIA: Dal 1998 a oggi si fronteggiano l'esercito eritreo contro esercito etiope. 70mila le vittime durante la guerra di confine tra l'Eritrea e l'Etiopia.
NIGERIA: Dal 1993 a oggi nella regione del Delta del Niger l'esercito governativo e le forze di polizia si scontrano con numerose milizie armate. Queste ultime combattono per i diritti delle comunità locali le quali, secondo i guerriglieri, non riceverebbero che una minima parte dei fondi provenienti dallo sfruttamento petrolifero. Dal 2004 il più importante gruppo armato della zona è la Ndpfv (Niger Delta People¡¯s Volunteer Force), guidata da Moujahid Dokubo Asari, che nel novembre del 2005 è stato però arrestato con l'accusa di alto tradimento. I frequenti attacchi agli impianti petroliferi del Delta, appartenenti a diverse multinazionali del petrolio come la Shell, la Chevron e l'Agip, si sono di conseguenza intensificati. Nel gennaio 2006 sono nati altri due gruppi ribelli, il Mend (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) e la Martyrs Brigade, che hanno annunciato un'unione tra le due formazioni. Le tensioni dovute ai problemi sociali e ai danni ambientali causati dallo sfruttamento petrolifero hanno dato vita ad un conflitto molto complesso, nel quale sono coinvolti sia milizie ribelli che gang di semplici delinquenti dedite al contrabbando dell'oro nero e che combattono tra loro per il controllo del territorio. Nel nord del paese ci sono forti tensioni tra la comunit¨¤ musulmana di etnia Fulani, di origine nomade, e altre comunità stanziali. Scontri e vendette hanno avuto risvolti drammatici in diversi stati: a Jos, nel Plateau State, a Kano, nel Kano State e a Numan, nell'Adamawa State si sono verificati gli episodi più sanguinosi nel 2004. Dal 1993 sono oltre 15.000 le vittime del conflitto. Non si hanno stime esatte sulle vittime delle tensioni inter etniche, ma il numero va calcolato in diverse migliaia.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO: Il conflitto dal 1997 al 2002 è stato tra i guerriglieri Tutsi del Raggruppamento Congolese per la Democrazia (Rcd), appoggiati dal Ruanda, e del Movimento di Liberazione del Congo (Mlc), sostenuto dall'Uganda, contro il governo di Laurent Kabila (dal 2001 di suo figlio Joseph), appoggiato dagli eserciti di Angola, Namibia e Zimbabwe, nonché da varie milizie filo-governative (Mayi-Mayi e Hutu Interahamwe). Dal 1999 al 2003 scontri tra le fazioni rivali in cui si è diviso nel 1999 l'RCD, ovvero l'RCD-Goma (sostenuto dal Ruanda) e l'RCD-Kisangani ("ammutinati" sostenuti dall'Uganda). Dal 1999 al 2005 le milizie degli Hema dell’Unione dei Patrioti Congolesi (Upc) combattono contro milizie Lendu del Fronte Nazionalista Integrazionista (Fni) nella regione nord-orientale dell'Ituri. Oltre 3,5 milioni di morti (circa 500 mila uccisi nei combattimenti, circa 3 milioni morti per le carestie provocate dalla guerra). I profughi si contano in oltre 3 milioni di persone, in maggioranza donne e bambini.
SOMALIA: Nel 1991, dopo la caduta del regime di Siad Barre, la Somalia precipita in una guerra civile che dura da ormai 15 anni. Varie milizie e signori della guerra si contendono il controllo del territorio senza riuscire a prendere il sopravvento. La Somalia non è uno stato di fatto, visto che il territorio è spezzettato in "feudi" dove le varie formazioni armate agiscono come enti di diritto pubblico, controllando l'ordine pubblico e riscuotendo tasse e pedaggi. Neanche l'intervento dei contingenti Onu, tra il 1993 e il 1995, ha portato a un miglioramento della situazione: la famosa "caccia all'uomo" scatenata dalle truppe americane contro l'uomo forte del momento, Mohamed Farah Aideed, si risolse in un massacro in cui perirono decine di migliaia di Somali e decine di caschi blu e marines. Da allora in poi la comunità internazionale ha promosso ben 14 tentativi per arrivare a una pace tra le fazioni, l'ultimo dei quali è andato a buon fine. Da novembre 2004 la Somalia ha delle nuove istituzioni di transizione, che però non hanno la possibilità materiale di controllare il territorio visto che il Paese manca di un esercito. Nel maggio del 1991, allo scoppio della guerra civile, le regioni settentrionali del Paese hanno deciso di proclamare l'indipendenza e di creare lo stato del Somaliland, una ex-colonia inglese unita nel 1960 al resto della Somalia precedentemente sotto il controllo italiano. Il Somaliland non è stato riconosciuto dalla comunità internazionale ma è uno stato a tutti gli effetti con istituzioni che funzionano ed elezioni regolari. La comunità internazionale e le nuove istituzioni somale, per il momento, preferiscono non affrontare la questione del ritorno o meno del Somaliland in seno alla Somalia. Alla guerra civile vanno aggiunti, poi, i frequenti scontri tra comunità agricole e pastorali per il controllo delle terre e delle fonti d'acqua, un fenomeno presente in tutto il Paese ma piuttosto diffuso specie al confine con il Kenya. Si contano circa mezzo milione di morti, calcolando anche le vittime per carestia e malattie generate dal conflitto.
SUDAN: Dal 2003 a oggi i due gruppi armati del Sudan Liberation Army (Sla) e del Justice and Equality Movement (Jem) si ribellano al regime del presidente Omar al-Bashir, colpevole secondo loro di non fare abbastanza per la popolazione darfurina, lasciata vivere in condizioni pietose in una delle regioni più´ povere del paese. Nell'autunno 2006 i due gruppi ribelli hanno deciso di unire le forze e di creare il National Redemption Front (Nrf). Di contro il governo sudanese è sospettato di sostenere, soprattutto tramite bombardamenti aerei, le milizie arabe Janjaweed, responsabili degli attacchi contro la popolazione civile del Darfur. Il bilancio è di 300 mila morti (5 mila secondo il governo sudanese), 200 mila profughi fuggiti in Ciad e un milione e mezzo di sfollati interni. Inoltre diverse testimonianze di abitanti, osservatori e operatori umanitari hanno parlato di lager dove guerriglieri e civili vengono rapiti e torturati o uccisi, e dove le donne subiscono violenze carnali. Anche i ribelli si sarebbero macchiati di atrocità nei confronti della popolazione civile.
UGANDA: Dal 1986 a oggi, nel nord del Paese, i guerriglieri dell'Esercito di Resistenza del Signore (Lra), capeggiati dal fondamentalista cristiano Joseph Kony e negli anni scorso appoggiati dal Sudan, combattono una ventennale guerra civile contro il governo ugandese. Si calcola che oltre 20 mila persone siano rimaste uccise in 20 anni di conflitto. Si calcola inoltre che siano 25 mila i bambini forzatamente arruolati da parte dei guerriglieri del Lra, mentre i profughi nell'area sono oltre 1.700.000.
ASIA MERIDIONALE ED ESTREMO ORIENTE
BIRMANIA: Dal 1948 a oggi, il conflitto vede il governo militare del paese contro diversi movimenti armati separatisti: tra questi quelli che combattono attivamente sono l'Unione Nazionale Karen (KNU), l'Esercito dello Stato di Shan (SSA) e il Partito Progressista Nazionale Karenni (KNPP). Differentemente hanno firmato un cessate il fuoco col governo l'Organizzazione per l'Indipendenza Kachin (KIO), l'Esercito di Stato Unito Wa (UWSA), l'Alleanza Nazionale Democratica del Myanmar e la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL). Le minoranze etniche nel Myanmar sono oltre 35. Il paese è guidato dal 1948, anno dell'indipendenza dalla Gran Bretagna, da una giunta militare che reprime le libertà fondamentali della popolazione e deporta i civili di origine diversa da quella birmana. Il divieto d'accesso nelle zone di conflitto, note anche come "black area", rende impossibile determinare con certezza il numero delle vittime. Si stima, comunque, che siano almeno 30 mila i morti tra la sola popolazione Karen dall'inizio del conflitto.
FILIPPINE: Dal 1971 al 1996: guerriglieri indipendentisti del Fronte Nazionale di Liberazione Moro (MNLF), nell'isola meridionale di Mindanao, a maggioranza islamica, contro il governo cristiano. Dal 1980 a oggi: guerriglieri separatisti del Fronte Islamico di Liberazione Moro (MILF), ala più´ radicale dell'MNLF, contro il governo cristiano. Dal 1988 a oggi: guerriglieri fondamentalisti islamici del Gruppo Abu Sayyaf (ASG), nell'arcipelago meridionale di Sulu, probabilmente collegati con Al Qaeda e Jemaah Islamiah, contro l'esercito governativo, assistito dagli Stati Uniti. Dal 1990 a oggi: guerriglieri comunisti del Nuovo Esercito Popolare (NPA), collegato al Partito Comunista delle Filippine (CCP) guidato da Jose Maria Sison, accanto al Nuovo Fronte Democratico (NDF) che racchiude 13 piccoli gruppi armati di stampo marxista contro le truppe armate governative (AFP) del governo cristiano supportato dall'esercito statunitense. Dal 1971 sono oltre 150 mila morti tra Mindanao e l'arcipelago di Sulu, oltre 50 mila gli sfollati. Almeno 40 mila i morti negli scontri contro l'Npa dal 1969.
INDIA (India nordest): Dal 1977 a oggi, negli Stati nord-orientali (Assam, Nagaland, Tripura, Manipur, Mizoram) combattono diversi movimenti indipendentisti contro l'esercito governativo (appoggiato dall'esercito Birmano), la polizia indiana e diversi gruppi paramilitari (Commando Pantere Nere in Assam, Fucilieri dello Stato di Tritura). I guerriglieri del Fronte Unito di Liberazione di Assam (ULFA), del Fronte Democratico Nazionale del Bodoland (NDFB), del Consiglio Nazionale Socialista del Nagaland (NSCN), del Fronte Nazionale di Liberazione di Tripura (NLFT), del Fronte Nazionale Mizo (MNF) sono solo i principali (tutti sostenuti dal Bangladesh, dal Buthan, dal Pakistan). L'esercito è appoggiato (secondo fonti del '95 e del '97) da Myanmar e Bangladesh. Oltre 50 mila morti dal 1979. (India - Kashmir): Dal 1947 a oggi, sono tre le guerre (1948,1965,1971) per il controllo del Kashmir tra India e Pakistan. Dal 1989 a oggi, contro l'esercito e la polizia indiana nello Stato indiano nord-occidentale del Jammu-Kashmir combattono diverse fazioni di guerriglieri indipendentisti islamici, appoggiati dal Pakistan; alcuni gruppi rivendicano l'indipendenza dall'India, altri l'annessione al Pakistan. Le organizzazioni più attive sono il Fronte per la Liberazione del Jammu e del Kashmir (JKLF) di Yasin Malik, i Mujahedeen Hezb-ul, la Confederazione dei Partiti Liberi e Lashkar-e-Taiba, con base in Pakistan e collegata ad Al Qaeda. Lungo la "Linea di controllo" (una zona di confine tra il Kashmir indiano e pachistano) sono frequenti colpi d'artiglieria pesante tra l'esercito indiano e pakistano. Circa 90 mila morti dal 1989. (India Naxaliti): Dal 1980 a oggi, negli Stati centrali e poveri di Andhra Pradesh (ma anche di Orissa, Madhya Pradesh e Mahrashtra) i guerriglieri maoisti del Gruppo Guerra Popolare (PWG), noti anche come Naxaliti, combattono contro la polizia di stato, supportata dai paramilitari delle Tigri Verdi, per l'instaurazione di uno stato indipendente socialista. Più di 6 mila morti dal 1967.(India Gujarat): Dal 1947 a oggi, nello Stato occidentale del Gujarat intercorrono scontri religiosi tra indù, sostenuti dal partito nazionalista al governo, il Bharatiya Janata Party (BJP) e la minoranza musulmana appoggiata dal Pakistan. Circa 2.500 i morti (in gran parte musulmani) durante l'escalation delle violenze da febbraio a novembre 2002. Nel corso del 2003 si sono registrate solo 20 morti in seguito agli scontri, ma l'attentato terroristico di agosto a Bombey è riconducibile alle tensioni religiose nel Gujarat. Il numero delle vittime sale così a 70.
INDONESIA (Indonesia Papua Occidentale): Dal 1969 a oggi, nella provincia di Iran Jaya, anche detta Papua Occidentale, i guerriglieri separatisti del Movimento Papua Libera (OPM) combattono contro l'esercito governativo e diversi gruppi paramilitari. Sono almeno 100 mila i morti in Irian Jaya. Fonti locali hanno parlato addirittura di 800 mila persone uccise su una popolazione totale di 1 milione e mezzo di abitanti. Nel 2003 le vittime del conflitto sono state una trentina, tra i quali diversi civili. (Indonesia Molucche): Dal 1998 a oggi: nelle Isole Molucche e nella provincia di Sulawesi sono forti le tensioni tra la maggioranza musulmana e la minoranza cristiana della popolazione. Nello specifico tra miliziani musulmani del gruppo Laskar Jihad (LJ), di stanza nell'isola di Java e sostenuti dal governo, i miliziani cristiani del Fronte per la Sovranità delle Molucche (MSF) e, nella regione del Sulawesi, quelli delle Forze Rosse Cristiane (CRF) e del gruppo Pipistrello Nero. Si registra anche l'azione del gruppo integralista islamico Jemaah Islamiah che nel corso del 2003 è stato responsabile di numerosi attacchi terroristici contro il governo di Jakarta. In cinque anni di conflitto sono 5 mila le vittime, secondo il quotidiano locale Jakarta Post, 10 mila secondo i dati dell'International Crisis Group (ICG). Nelle sole isole Sulawesi negli ultimi quattro anni i morti ammontano a 2 mila vittime. I rifugiati per le tensioni che hanno attraversato la regione nel 2003 si contano in oltre 200 mila persone. (Indonesia Aceh): Dal 1960 a oggi, nella provincia islamica di Aceh (estremità settentrionale di Sumatra) combattono i guerriglieri separatisti del Movimento Aceh Libero (GAM) contro l'esercito governativo indonesiano. Le fonti governative riferiscono di oltre 15mila morti, ma diversi media indipendenti parlano di 50 mila e addirittura 100 mila morti in quarant'anni di conflitto. Nel 2003 le vittime, in gran parte civili, sono state oltre 2000.
NEPAL: Dal 1996 a oggi, i guerriglieri del Partito Comunista nepalese di orientamento maoista (Ncp), sostenuto dai gruppi guerriglieri maoisti dell'India nord-orientale, si scontrano governo appoggiato dall'India e dagli Stati Uniti. Circa 13 mila morti.
PAKISTAN (Waziristan e Balucistan): WAZIRISTAN: Marzo 2004 - settembre 2006 (cessate il fuoco): esercito pachistano (80 mila soldati dispiegati) contro guerriglieri fondamentalisti islamici legati alla resistenza talebana afgana e alla rete di al-Qaeda. Dal 2004 sono morti 2.000 waziri (combattenti e civili) e 950 soldati pachistani.
BALUCISTAN: Dicembre 2004-oggi: esercito pachistano (30 mila uomini) contro guerriglieri indipendentisti baluci delle tribù Bugt e Marr. Dal dicembre 2004 sono morti circa 350 baluci (combattenti e civili) e 100 militari pachistani.
SRI LANKA: Dal 1983 a oggi, i guerriglieri separatisti tamil delle Tigri per la Liberazione della Patria Tamil (Ltte) si scontrano governo controllato dalla maggioranza cingalese e inizialmente sostenuto dall'esercito indiano. Le stime più attendibili parlano di 68 mila morti.
ASIA CENTRALE E CAUCASO
AFGHANISTAN: Dal 1979 al 1989: truppe sovietiche (e governative) contro guerriglia mujahedin (sostenuta dagli Stati Uniti). Dal 1989 al 1996: conflitti armati tra mujaheddin tagiki, uzbeki, hazari, pashtun. Dal 1996 al 2002: taliban al governo (sostenuti da Pakistan e Arabia Saudita) contro la resistenza dei mujahedin tagiki, uzbeki e hazari uniti nell'Alleanza del Nord (sostenuta da Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan). Dal 2002 a oggi: truppe americane e governative (del governo di Hamid Karzai) contro la resistenza dei taliban e dei miliziani dell'Hezb-i Islami (di Gulbuddin Hekmatyar) nelle province sud-orientali al confine col Pakistan; milizie uzbeke del Jumbesh-i Milli (di Abdul Rashid Dostum) contro milizie tagike del Jamiat-i Islami (di Mohammad Ustad Atta) nelle province settentrionali del Paese.
La guerra tra forze sovietiche e resistenza afgana (1979-1989), quella successiva tra le varie fazioni di mujaheddin (1989-1996) e quella tra talebani e Alleanza del Nord (1996-2001) hanno causato la morte di un milione e mezzo di afgani, due terzi dei quali (un milione) civili. L'intervento armato Usa alla fine del 2001 ha provocato la morte di 14 mila afgani, di cui almeno 10 mila combattenti talebani e quasi 4 mila civili. A queste vanno aggiunti migliaia di civili afgani morti nei mesi successivi alla fine del conflitto per le malattie e la fame provocate dalla guerra. Dal 2002 a oggi la guerra ha causato altri 11mila morti, di cui 6mila solo nel 2006. Dall'inizio del 2007 i morti sono almeno 2.970 (562 civili, 1.887 talebani o presunti tali, 422 militari afgani, 94 soldati della Nato).
AZERBAIGIAN: Il Nagorno-Karabakh è una piccola regione montana del Caucaso che, fin dall'antichità, è stata parte integrante dell'Armenia cristiana. Nonostante il Karabakh sia di fatto da 16 anni una repubblica indipendente, strettamente legata all'Armenia, il suo status non è riconosciuto dall'Azerbaigian, né dalla comunità internazionale e in particolare dagli Usa, che (come i britannici 90 anni fa) non vogliono mandare a monte gli accordi petroliferi con Baku.
CECENIA (RUSSIA): Dal 1994 al 1996: guerriglia separatista (guidata dall'ex presidente Dzokhar Dudayev) contro le truppe del governo russo. Dal 1999 a oggi: la guerriglia separatista guidata dall'ex presidente moderato Aslan Maskhadov e dai capi guerriglieri Samil Basaiev e Emir Khattab contro le truppe russe e il governo filo-sovietico presieduto da Alu Alkhanov. Circa 250 mila ceceni sono stati uccisi dal 1994 ad oggi, vale a dire un quarto della popolazione originaria della repubblica caucasica. Migliaia di civili (almeno 3 mila secondo le organizzazioni di difesa dei diritti umani) sono 'spariti' nel nulla dopo essere stati arrestati dalle forze di sicurezza russe e rinchiusi nei cosiddetti 'campi di filtraggio', centri di detenzione e tortura dai quali esce solo chi paga ai militari russi pesanti riscatti. Si calcola che dal 1994 al 2002 oltre 80 mila ceceni sono passati in questi campi. Secondo le ultime stime ufficiali fornite dal Cremlino, sono 5.300 i soldati russi morti nella seconda guerra cecena (dall¡¯ottobre 1999 a oggi), ma secondo i Comitati delle madri dei soldati russi la cifra supera invece i 13 mila (25 mila contando i caduti della prima guerra).
GEORGIA:
Dal 1991 al 1992: Esercito governativo georgiano contro milizie indipendentiste sud-ossete. Dal 1992 al 1993: Esercito governativo georgiano contro milizie indipendentiste abkhaze (sostenute da esercito russo e brigate islamiche del Caucaso). Dal 1993 a oggi: Esercito governativo georgiano contro milizie indipendentiste sud-ossete e abkahze.
Ossezia del Sud: circa 2 mila morti osseti,e 800 georgiani. Abkahzia: circa 25 mila morti georgiani, e 3 mila morti abkhazi
MEDIO ORIENTE E NORD AFRICA
ALGERIA: L'Algeria, diventata indipendente nel 1962 dopo otto anni di sanguinosa guerra contro la Francia, nella quale persero la vita più di un milione di civili algerini, fino al 1989 è stata governata dal Fronte di Liberazione Nazionale (Fln), il gruppo dirigente che aveva guidato la lotta anti - coloniale. Le prime elezioni multipartitiche si tennero nel 1991, e vennero vinte dal Fronte Islamico di Salvezza (Fis), ma questo risultato venne dichiarato nullo dall'esercito, che voleva impedire a tutti i costi la deriva islamista dell'Algeria. Nel 1992 i vertici militari presero il potere con un golpe e il Fis venne messo fuori legge. La mossa dei militari si rivelò controproducente, perché il Fis era molto variegato al suo interno. La svolta militare fece risaltare l'ala più estremista del Fis, il Gia (Gruppo Islamico Armato), che iniziò ad armarsi contro l'esercito dando il via a un periodo di violenti scontri armati tra le forze governative e le milizie islamiche. Le fazioni lottarono senza esclusione di colpi, con ricorrenti massacri di civili, compiuti sia dagli integralisti che dalle squadre speciali dell'esercito. Nel 1999, dopo sette anni di guerra e oltre 150 mila morti, il primo presidente non militare dopo la guerra, Abdelaziz Boutefilka, avvi¨° il processo di pace, offrendo l'amnistia ai combattenti islamici in cambio del disarmo dei gruppi combattenti. La politica del dialogo di Bouteflika ha dato i suoi frutti, almeno nella maggior parte dei casi. Ma la frangia più irriducibile del Gia, composta dai fondamentalisti del Gruppo salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc) e dai Difensori degli insegnamenti salafiti (Hsd), non ha accettato di deporre le armi in cambio dell'amnistia. Si tratta di due gruppi che, secondo molti analisti, sarebbero legati ad al-Qaeda, di tradizionalisti che inseguono una visione dell'Islam purista e puntano all'instaurazione di un califfato islamico in Algeria. Nel silenzio quasi totale dei mezzi d¡¯informazione algerini, con uno stillicidio quotidiano, continuano gli scontri tra gli uomini dei gruppi integralisti e il governo di Abdelaziz Bouteflika. Solo nel 2006, secondo fonti indipendenti, sarebbero almeno 300 le vittime degli scontri tra militari e fondamentalisti. Bouteflika resta convinto che la grazia sia l'unica via per tenere unito il paese e, a settembre dello scorso anno, ha presentato agli algerini un referendum con il quale si chiedeva ai cittadini, in parole povere, di chiudere i conti con il passato. Il referendum è stato approvato a grande maggioranza. Questo, secondo alcune organizzazioni per i diritti umani e secondo i familiari delle vittime della guerra civile, è un inaccettabile colpo di spugna sulle colpe sia dei militari che dei fondamentalisti, ma l¡¯alta percentuale di consensi ottenuti dal referendum significa anche che la popolazione algerina ha ritrovato quel minimo di pace che le basta. In effetti, per quanto la guerra sommersa tra militari e salafiti non sia cessata, almeno i massacri di civili sono solo un brutto ricordo. Il governo di Bouteflika, nel 2001, sembrava sul punto di dover affrontare un nuovo conflitto. Nella regione della Cabilia si generò una ribellione autonomista della minoranza berbera, duramente repressa e discriminata dal governo, che causò la morte di almeno 120 persone e migliaia di feriti e arrestati negli scontri tra la polizia algerina e i gruppi di cabili. Al momento la situazione è stata normalizzata, anche se il governo non ha ancora chiuso definitivamente la questione del riconoscimento dei diritti dei Cabili, così che il problema potrebbe riproporsi da un momento all'Altro.Cabilia a parte, il fronte della guerriglia islamista si è invece già riaperto. Il 2007 ha segnato, rispetto alla fine della guerra civile, il ritorno della violenza. Circa 150 mila morti durante la guerra civile. Dal 1997 a oggi, si calcola che siano morte almeno 15mila persone. Dall'inizio del 2007, sono almeno 60 le vittime degli scontri tra esercito e miliziani.
IRAQ: Il regime di Saddam Hussein, che prende il controllo assoluto del potere in Iraq nel 1979, dopo una serie di colpi di stato, è sempre stato caratterizzato da un atteggiamento aggressivo in politica estera e interna. Nel 1980 le truppe di Saddam, dopo la rivoluzione khomeinista in Iran, attaccano il Paese vicino, finanziate e sostenute dagli Stati Uniti. Il pretesto è una contesa sui confini tra i due paesi, ma in realtà Saddam vuole contrastare l'ascesa di una potenza sciita ai confini dell'Iraq, dove una minoranza sunnita governa una maggioranza sciita.Il conflitto si conclude con la ritirata delle truppe irachene e con un nulla di fatto politico. Dopo il conflitto, le casse del regime iracheno sono disastrate e Saddam, ancora sfruttando un pretesto, ordina l'invasione del Kuwait, nell'agosto del 1990. Nel gennaio 1991, una coalizione militare di 40 Paesi, guidata dagli Stati Uniti, è intervenuta, nel quadro di un¡¯operazione chiamata "Desert Storm", costringendo al ritiro l'esercito iracheno. Dopo il ritiro delle truppe della Coalizione internazionale, che non rovescia il regime di Saddam nel timore di creare un'instabilità regionale, della quale avrebbe beneficiato l'Iran, il regime si macchia di violente persecuzioni ai danni degli sciiti che si sono rivoltati contro Saddam, fomentati dalla Coalizione che aveva promesso di aiutarli. L'Iraq viene condannato a un regime di sanzioni che non spodesta Saddam, ma fa strage tra la popolazione civile. Nel 1998, anche se non erano mai cessati, diventano massicci i bombardamenti anglo-americani su tutto il Paese (operazione "Desert Fox") per l'ingresso non concesso da Saddam agli ispettori dell'Onu. Nel 2001, i combattenti dell'Unione patriottica del Kurdistan (PUK), che combattono per l'indipendenza del Kurdistan iracheno, affrontano gruppi islamici fondamentalisti tra cui il Movimento Islamico Unito per il Kurdistan (IUMK) e Ansar al-Islam, conposto da circa 5000 combattenti, che si richiamano a una versione wahabita dell'islam e volgiono fare del Kurdistan un califfato. Nel marzo del 2003, dopo una battaglia diplomatica che spacca le Nazioni Unite, gli Stati Uniti invadono l’Iraq (sostenuti dalla Gran Bretagna, dall'Italia e da pochi altri paesi) giustificando l'attacco con la necessità di spodestare Saddam prima che possa utilizzare le armi di distruzione di massa che, secondo Washington, possiede. E' l'operazione Iraqi Freedom . Il regime crolla in pochi mesi e il presidente Usa dichiara finita la guerra nel maggio 2003. Ma una guerriglia variegata si oppone alle forze della Coalizione, in uno stillicidio continuo di attentati e rappresaglie dei militari. Le diverse anime della guerriglia è composta da una sorta di Jihad internazionalista, organizzata attorno al nucleo di Ansar al-Islam, che si professa affiliata ad Al-Qaeda ed è composta in massima parte di miliziani non iracheni, dagli ex fedelissimi di Saddam, di origine sunnita, e infine dalle milizie sciite: quella del Badr, fedele al partito Sciri filo-iraniano e quella del Mahdi, fedele all'ayatollah Moqtada al-Sadr. Il 15 dicembre 2005 gli iracheni tornano alle urne per la terza volta in un anno ed eleggono il nuovo Parlamento, dominato dagli sciiti. Fino a oggi non si è giunti all'accordo per la formazione del governo e la guerriglia continua. Il bilancio delle vittime del conflitto tra Iran e Iraq è controverso, ma le cifre più attendibili calcolano in circa un milione i morti causati dalla guerra, finita nel 1988. Tra questi, oltre gli iracheni e gli iraniani, sono compresi i circa 100mila curdi iracheni che Saddam riteneva collaborazionisti di Teheran. Nel conflitto tra l'Iraq e la Coalizione nel 1991 si calcola che siano morti circa 35mila civili e 100mila militari iracheni, oltre a 250 militari della Coalizione, mentre sono circa 5mila i kuwaitiani sterminati dall'esercito iracheno. L'embargo seguito alla guerra ha causato la morte di circa un milione e mezzo di civili per mancanza di medicine, cibo e cure mediche adeguate. Circa 2 mila iracheni (in maggioranza curdi) sono morti in seguito ai bombardamenti del 1998. Seconde le stime aggiornate al 22 giugno 2007, le vittime civili della guerra in Iraq sono 72165 e quelle militari sono 3826. Secondo una ricerca medica inglese, le vittime irachene del conflitto sarebbero 655mila.
ISRAELE – PALESTINA: Le guerre tra Israele e i paesi arabi confinanti iniziano nel 1948, quando nasce lo stato ebraico. I palestinesi rigettano il piano di spartizione delle nazioni Unite (due stati per due popoli) e una coalizione di stati arabi, tra i quali Iraq, Giordania, Siria ed Egitto attacca Israele che riesce a difendersi e a ricacciare indietro le truppe avversarie. I territori che per le Nazioni Unite spettano alla Palestina sono la Cisgiordania, Gerusalemme est e la Striscia di Gaza. Le prime due vengono amministrate dalla Giordania e la terza dall'Egitto. Nel 1956 Israele, sfruttando la crisi di Suez, attacca l'Egitto ma viene fermato dalla comunità internazionale. Nel 1964 nasce l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina che punta a dare una rappresentanza ai palestinesi, slegandoli dalla dipendenza dai paesi arabi. Poco dopo ne diventa capo Yasser Arafat che la guiderà fino alla morte. Nel 1967 scoppia la guerra dei Sei Giorni con la quale Israele occupa la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est. Nel 1973 Egitto e Siria attaccano Israele; è la guerra dello Yom Kippur. Israele occupa il Sinai in Egitto e le alture del Golan in Siria. Nel 1979 l'Egitto firma un accordo di pace con Israele. Finiscono così le guerre tra Israele e gli stati arabi, da questo momento in poi allo stato ebraico si contrapporrà solo l'Olp. Nel 1982 Israele invade e occupa la parte meridionale del Libano per distruggere le basi palestinesi. Dal 1987 al 1992 i palestinesi cominciano una forma di resistenza popolare, chiamata Intifada, Nel 1993 vengono firmati gli Accordi di Oslo e sembra che il conflitto stia per finire, ma i nodi principali restano irrisolti e rimandati a un secondo turno di negoziati: la nascita di uno stato palestinese indipendente, il ritorno dei profughi palestinesi, il controllo delle scarse risorse idriche e lo status di Gerusalemme. Nel 1994 la Giordania firma un accordo di pace con Israele. Nelle zone che dovrebbero diventare il futuro stato palestinese comincia una forma di autogoverno guidata dall'Autorità Nazionale Palestinese, presidente della quale viene eletto nel 1996 Yasser Arafat. Dopo l'entusiasmo degli Accordi, la diplomazia internazionale arresta la sua pressione e israeliani e palestinesi non riescono a trovare un accordo. Israele si è ritirato dal Libano nel 2000. La tensione ricomincia a salire e, nel settembre 2000, comincia la seconda Intifada scatenata da una provocatoria passeggiata dell'allora candidato premier israeliano Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee. Le principali formazioni militari che combattono Israele sono: la Brigate Izz ad Al-Qass (braccio armato di Hamas, vicina ai Fratelli Musulmani), la Jihad Islamica, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa (braccio armato del partito Fatah). Il conflitto ha cominciato a calare d'intensità quando, l'11 novembre 2004, muore Arafat. Il governo israeliano, guidato da Ariel Sharon, e le cancellerie delle grandi potenze mondiali, si dichiarano di nuovo pronte al confronto con i palestinesi, dopo che Arafat era stato considerato negli ultimi anni un interlocutore poco credibile. A gennaio 2005 si tengono le elezioni presidenziali in Palestina e successore di Arafat viene nominato Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Il dialogo riprende, ma il governo Sharon decide unilateralmente di sgomberare la Striscia di Gaza, occupata nel 1967, ad agosto 2005. L'esercito di Tel Aviv sgombera con la forza i coloni israeliani e lascia l'amministrazione del territorio ai palestinesi. Il 25 gennaio 2006, le elezioni politiche in Palestina sanciscono la vittoria del partito armato degli islamisti di Hamas. Adesso si attende la formazione del nuovo governo palestinese, tra lo scetticismo dell'opinione pubblica internazionale. Da parte israeliana, in attesa delle prossime elezioni politiche previste per il 28 marzo, la situazione è bloccata dalla grave emorragia cerebrale che ha messo fuori gioco il premier Sharon. Il dialogo è per il momento bloccato. Le guerre tra Israele e i paesi arabi confinanti, del 1948 al 1973, hanno causato la morte di circa 100mila persone. La prima Intifada, dal 1987 al 1992, ha causato la morte di 2 mila persone, in massima parte palestinesi. Dall'inizio della seconda Intifada (settembre 2000) al 20 giugno 2007,hanno perso la vita 4626 palestinesi e 1050 israeliani. Almeno 214 palestinesi sono morti negli scontri tra le milizie di Hamas e Fatah.
LIBANO: Israele invase il Libano nel 1982. Il piano dei vertici politici e militari israeliani, che affidarono il comando dell’operazione chiamata “Pace in Galilea” al generale Ariel Sharon, era di cancellare definitivamente le basi della resistenza palestinese in Libano. Dal Paese dei cedri infatti, i miliziani palestinesi si erano riorganizzati dopo la cacciata dei vertici dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina dalla Giordania (dopo la crisi di Settembre Nero), e avevano fatto della zona meridionale del Libano (disseminata di campi profughi dove vivevano i 300mila palestinesi sfuggiti alla guerra del 1967) il loro quartier generale. L’operazione israeliana prevedeva ufficialmente la creazione di una fascia di sicurezza di 40 km per poter tenere al sicuro il nord del paese da attacchi. Ma a fine giugno gli israeliani i trovano alle porte di Beirut. Il governo israeliano lanciò il suo esercito contro diverse fazioni libanesi: contro la milizia sciita di Amal, guidata da Nabih Berry, dopo la scomparsa di Moussa Sadr in Libia nel 1978, contro le truppe del governo libanese (appoggiate dall’Arabia Saudita, dalla Siria e dall’Iran), contro il Fronte di Liberazione del comandante Ahmed Jibril e i vari partiti di sinistra presenti in Libano. Alleati principali di Israele sono i miliziani cristiani della Falange. Alla fine del 1982, da un'ala dissidente di Amal, nasce Hezbollah, milizia apertamente finanziata dall’ Ambasciata iraniana di Beirut e organizzazione sorella di Amal islamico (creato in seguito alla decisione di Nabih Berri di far parte del Comite de salut formato nel giugno 1982 dal presidente Elias Sarkis) , diretti dai guardiani della rivoluzione iraniana che la Siria ha introdotto nella valle della Bekaa nel 1982. In pochi mesi tutto il Sud del Libano viene controllato da Hezbollah. Nel 1985 Hezbollah lancerà il suo primo programma politico sotto forma di un “appello ai diseredati”, costruendo il suo quartier generale nella periferia Sud di Beirut. Nel 1985 Israele si ritira dal Libano restando solo in una “fascia di sicurezza” che libererà nell’anno 2000. Circa 15mila persone (tra le quali circa 1000 soldati israeliani) morirono nell’invasione israeliana del Libano. Nonostante il ritiro di Israele dal Libano nel maggio 2000, resta contesa la zona delle fattorie di Sheba’a (nel sud del Libano, a ridosso della frontiera israeliana) e continuano gli scontri tra Hizbollah e l’esercito israeliano, che spesso compiva azioni di rappresaglia in territorio libanese. La crisi è di nuovo esplosa, l’11 luglio 2006, quando un commando Hizbollah ha attaccato e distrutto un’unità militare israeliana in Israele generando una dura reazione. Dal 13 agosto è in vigore una tregua, dopo il voto di una risoluzione dell'Onu che prevede il dispiegamento di una forza d'interposizione delle Nazioni Unite. Nel conflitto hanno perso la vita 1033 libanesi (dei quali 55 miliziani di Hezbollah e di Amal per il Libano, mentre non meno di 250 per i militari israeliani) e 160 israeliani, 41 dei quali civili.
MAROCCO: Il Sahara Occidentale, a metà degli anni Settanta, era una colonia spagnola. Il processo mondiale di decolonizzazione e la crisi del regime franchista, dovuta alle condizioni di salute del dittatore Franco, rendevano sempre più vicino un ritiro della Spagna dal territorio africano e, nel 1975, le voci di un abbandono di Madrid divennero sempre più fondate. I saharawi, la popolazione del Sahara Occidentale, cominciò a darsi una struttura politico – militare che avrebbe dovuto prendere il potere appena le ultime truppe spagnole avessero lasciato il Paese. Ma nel 1976, quando la Spagna si ritirò effettivamente, il Marocco e la Mauritania invasero il Sahara Occidentale. Il governo di Rabat s’impadronì dei due terzi settentrionali, con una marcia forzata di migliaia di volontari, e la Mauritania del resto. Migliaia di profughi saharawi trovarono rifugio in 5 campi profughi in Algeria. La motivazione ufficiale dell’invasione era la rivendicazione della sovranità storica del Marocco e della Mauritania su quei territori che, nella visione degli invasori, non erano mai stati indipendenti. Il popolo saharawi rivendicava invece il diritto inalienabile all’autodeterminazione sul territorio che, da sempre, abitava e che mai nessuno aveva sottomesso prima dell’arrivo degli spagnoli. I saharawi organizzarono, nel 1976, una forza di resistenza attorno al Fronte Polisario, braccio militare dell’autoproclamata Repubblica Araba Democratica Saharawi (Rasd). Nel 1979, per una forte instabilità politica interna, la Mauritania si ritirò dal conflitto e il Marocco occupò tutto il Sahara Occidentale. Il Fronte Polisario continuò la guerriglia contro le truppe marocchine che terminò con un cessate il fuoco del 1991. Il conflitto ha conosciuto una sostanziale battuta d’arresto nel 1984, quando il Fronte Polisario era riuscito, grazie alle agili incursioni dietro le linee nemiche, a liberare circa il 50% del Sahara Occidentale, ma il governo marocchino ha eretto una barriera di sabbia e cemento, pesantemente minata, che ha impedito azioni d’attacco ai saharawi. Le Nazioni Unite s’impegnarono a vigilare sulla tregua istituendo una missione di osservatori chiamata Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (Minurso). Il compito della Minurso era anche quello di organizzare un referendum sullo status definitivo del Sahara Occidentale che non è mai stato effettuato. Nel 2004 la durata della missione Onu nel paese è stata prorogata per consentire l'esame di una nuova proposta di pace, che prevede un referendum entro 5 anni, durante i quali l'area sarà soggetta a un'"Autorità del Sahara Occidentale" guidata da un esecutivo eletto dalla popolazione saharawi. Non esistono cifre attendibili sulle vittime del conflitto.
AMERICA LATINA
COLOMBIA: Dal 1964 a oggi, da una parte troviamo il governo con 200.000 soldati regolari, 120.000 poliziotti e diversi gruppi paramilitari tra cui l’Unione per la difesa del paese (Auc) comandata da Carlos Castano e composta da 10.000 uomini. Dall’altra parte combattono gruppi di ispirazione marxista e socialista tra cui le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (Farc) che contano 20.000 uomini e l’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln) con 3.500 unità. E’ importante ricordare come alla fine del 2003 il governo degli Stati Uniti abbia stanziato 2 miliardi di dollari in armamenti per la lotta ai ribelli delle Farc e inviato un contingente di 400 uomini per addestrare l’esercito governativo e le forze paramilitari. Si calcola che siano oltre 300mila i morti dal 1964. Il bilancio, comunque, sale ogni giorno.
PERU': Dal 1980 al 2003, i protagonisti del conflitto sono i guerriglieri di Sendero Luminoso, movimento filo-maoista fondato da Abimael Guzmàn Reinoso, contro il governo. Gli scontri più violenti durano fino al 1992, quando Guzman viene arrestato. A continuare la lotta armata è, in particolare, il fronte guidato dal “camarada Alipio”. Anche il Movimento rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA) è stato impegnato nella lotta armata antigovernativa che ha raggiunto l’apice della violenza negli anni Ottanta. Secondo la Commissione della Verità e della Riconciliazione, che ha stilato un accurato rapporto consegnato nell'estate del 2004, le vittime negli oltre vent’anni di conflitto sono 69.280, fra morti accertati e desaparecidos. Atrocità e violazioni dei diritti umani sono state compiute sia dai guerriglieri di Sendero, dal MRTA e dalle forze militari al governo.
RESTO DEL MONDO
KURDISTAN (TURCHIA): Il conflitto politico culturale tra il governo turco e la minoranza curda nel paese ha una lunga storia alle spalle, che risale agli accordi di pace dopo il primo conflitto mondiale quando, dopo lo scioglimento dell’impero ottomano, il territorio abitato dai curdi viene smembrato tra turchia, Iraq, Iran e Siria. L’opposizione curda al potere di Ankara è sempre stata un tema centrale della politica turca, ma agli inizi degli anni Ottanta il conflitto diventa una vera e proprio guerra. Il governo turco riceve armi soprattutto dagli Stati Uniti ma anche da Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna e Israele. I guerriglieri curdi, ricevono armamenti e addestramento da Iran, Siria, Armenia. In vent’anni di conflitto, perdono la vita circa 40mila persone e i profughi sono centinaia di migliaia. Il fronte armato dell’indipendentismo curdo è guidato dal Pkk (Partito Curdo dei lavoratoti) e dal suo leader carismatico Abdullah Ocalan. Quest’ultimo, in fuga in Europa prima e in Africa poi, viene catturato nel 1999. L'arresto di Ocalan manda in crisi l’organizzazione indipendentista curda che decide lo scioglimento. Il Partito dei Lavoratori Curdo lascia il posto al Congresso per la Libertà e la Democrazia del Kurdistan (Kadek), al quale sono state affiancate, per solo scopo difensivo, le Unità di Difesa del Popolo. Contestualmente, dal carcere dove sconta l’ergastolo, Ocalan lancia appelli al dialogo e alla fine della lotta armata e il movimento indipendentista curdo proclama, nell’aprile 2002, una tregua unilaterale. Sembra aprirsi una stagione di dialogo, aiutata anche dalle riforme, seppur minime, che il governo turco concede per soddisfare le pressioni dell’Unione europea (nella quale la Turchia ambisce a entrare) e il 15 novembre 2003 il movimento indipendentista curdo rinuncia al separatismo, ma per ragioni di auto-difesa non scioglie il suo braccio armato. Le concessioni per il riconoscimento dell’identità curda sembrano dare i loro frutti, ma nel 2004 fa la sua comparsa un gruppo chiamato Kongra Gel, che rivendica l'eredità politica e militare del Pkk, senza riprendere ufficialmente la lotta armata. La situazione nelle province a maggioranza curda, quelle dell’Anatolia sudorientale, comincia a peggiorare e alcuni gruppi, che ormai si muovono in modo indipendente, compiono azioni offensive, mentre l’esercito turco riprende a utilizzare la violenza contro le popolazioni civili. Il 1 giugno del 2004, con un comunicato, il ricostituito Pkk annuncia la ripresa delle ostilità. In meno di due anni, tra attentati e rappresaglie militari, sono almeno 150 le vittime degli scontri tra guerriglieri e militari turchi. Il conflitto in Kurdistan turco non lascia indifferenti i paesi confinanti. In particolare, dopo la fine del regime di Saddam Hussein, il Kurdistan iracheno è diventato un punto di riferimento per tutte le comunità curde, avendo praticamente ottenuto l’autogoverno oltre ad aver eletto un curdo come presidente dell’Iraq. La Turchia, più volte, ha minacciato d’invadere militarmente il nord dell’Iraq, dove i curdi sono la maggioranza e, nei giorni scorsi, batterie d’artiglieria turca hanno cannoneggiato l’Iraq settentrionale, accusato da Ankara di fungere da retrovia logistica per i ribelli curdi in Turchia. In vent’anni di conflitto sono circa 40 mila morti, migliaia i profughi. Dall'inizio del 2006, sono 113 i guerriglieri curdi uccisi e 79 i militari turchi morti.
Di greg (del 20/08/2008 @ 13:00:35, in cronaca, linkato 575 volte)
Da un recente rapporto della Confindustria, pubblicato sul "Sole 24 Ore" del 4 agosto scorso e ripreso ieri dallo stesso quotidiano, emerge come la Regione Sardegna sia una delle tre amministrazioni pubbliche regionali, insieme all'Umbria e alla Lombardia, che nel 2007 hanno potuto vantare un saldo positivo tra tributi incassati e le spese sostenute. “Queste regioni - è scritto nell'articolo - possono definirsi realmente 'autonome', avendo ricevuto lo scorso anno da ciascun contribuente più soldi di quanti ne abbiano sborsati per fornire servizi pubblici e prestazioni assistenziali". Il saldo pro capite tra quanto la Regione ha ricavato e quanto ha speso, nel corso del 2007, vede la Sardegna al primo posto (con un saldo attivo di 775 euro), seguita dall'Umbria (+190 euro) e dalla Lombardia (+146). A seguire, Valle d'Aosta, Piemonte e Veneto che hanno mostrato un saldo sostanzialmente in parità, mentre tutte le altre regioni - sempre in questa analisi del computo fra le entrate e le uscite pro capite - hanno fatto segnare dei deficit, con i picchi negativi registrati dalla Sicilia (-1782 euro) e dalla Calabria (-1644 euro). In alcuni casi, viene fatto osservare nell'articolo, i deficit sono dovuti essenzialmente ai gravi buchi nei bilanci sanitari, come per esempio nel caso dell'Abruzzo (-1179 euro) e del Molise (-931 euro).
Altre notizie:
L’Assessorato regionale per il Lavoro ricorda che il prossimo 29 agosto scadono i termini per la presentazione dei progetti relativi al Programma “Sardegna fatti bella”, annualità 2008, da parte dei Comuni.
Il progetto "Sardegna fatti bella" punta a migliorare le condizioni ambientali, la qualità della vita nei territori sardi, la loro attrazione turistica e, più in generale, l'immagine dell'Isola. In particolare, il progetto ha l'obiettivo di ripristinare la qualità dell'ambiente e del paesaggio, in prevalenza nelle aree periferiche e non abitate e, soprattutto, nelle vie d'accesso ai Comuni, nelle zone extraurbane più visibili e nei pressi delle spiagge, delle campagne e degli alvei fluviali. I Comuni possono consultare on-line l’importo dello stanziamento previsto in proprio favore. Rispetto a tale importo il Comune dovrà impegnarsi a cofinanziare il progetto, in misura non inferiore al 50% delle spese ammesse. Il cofinanziamento è un elemento indispensabile per l’approvazione del progetto e l’erogazione del contributo. I Comuni potranno partecipare sia forma singola che associata. Eventuali chiarimenti possono essere richiesti presso gli uffici del competente Servizio per il lavoro e ai numeri: 070/6065524 – 070/6065574 E-mail lav.servizio.lavoro @regione.sardegna.it
Via libera anche dalla Commissione provinciale di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo alla 18^ edizione della “Cuglieri - La Madonnina”, gara nazionale di velocità in salita, in programma il 6 e 7 settembre prossimi. La commissione provinciale, presieduta dal Viceprefetto, Gian Piero Ledda, ha confermato l’agibilità del percorso lungo la strada provinciale 19. La Commissione, formata anche da Antonio Virdis (Questura), Marco Melas (vigili del fuoco), Walter Murru (Genio Civile), Lia Becere (Asl 5), Roberto Zoccheddu (Tecnico Acustico), Carlo Usai (Rappresentante lavoratori dello spettacolo), Angelo Uras (Comune di Cuglieri), e Mario Maulu (delegato della Csai e presidente dell’Aci di Oristano), ha, infatti, effettuato il consueto sopralluogo tecnico sul percorso. La gara è stata autorizzata sul tratto della strada provinciale che da Cuglieri porta alla località “La Madonnina”, per una lunghezza di 8 chilometri. Il percorso si snoda lungo una strada larga mediamente 6 metri, ed è protetto da parapetti e ringhiere, mentre il dislivello tra la partenza e l’arrivo è di m. 392,70, con pendenza media del 4,9%. Il percorso di gara sarà chiuso al traffico veicolare e pedonale almeno un’ora e mezza prima dell’inizio della manifestazione, dalle ore 13,30 fino alle ore 19,30 di sabato 6 settembre, e dalle ore 8,00 fino alle ore 15,30 circa di domenica 7 settembre. Sarà vietato il parcheggio di autovetture e di roulottes lungo il percorso di gara e negli spazi adiacenti. L’ordinanza che disciplinerà il traffico automobilistico, con i relativi divieti, sarà resa noto dalla Prefettura di Oristano nei giorni antecedenti la manifestazione.
Di pig (del 26/08/2008 @ 00:00:15, in cronaca, linkato 6094 volte)
“Separatista vuole proclamare l’indipendenza dell’Isola di Mal di Ventre”. Così l’agenzia Agi titolava un lancio della tarda serata di ieri, per riportare alla ribalta, per l’ennesima volta, una trovata di Salvatore Meloni da Terralba, noto a tutti come “Doddore” l’indipendentista. E proprio all’indipendentismo Meloni ha dedicato, e continua a dedicare, i migliori anni della sua vita, nonostante la lotta per l’indipendenza della Sardegna gli abbia procurato più dolori che gioie, tant’è che per “complotto separatista” Meloni è stato condannato, negli anni ’80, a nove anni di carcere. Quella della Repubblica Indipendente di Mal di Ventre è una trovata di “Doddore”, com’è facilmente intuibile, che farà discutere e che lo porterà, com’era nelle sue intenzioni, su tutti i media nazionali, e non solo. Questo quanto pubblicato dall’Agi:
Singolare iniziativa di un separatista sardo che punta al riconoscimento dell'isola di Mal di Ventre, nell'Oristanese, quale "Repubblica Indipendente di Malu Entu", richiamandosi al principio di autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta di San Francisco. Salvatore Meloni, noto “Doddore”, 65 anni, autotrasportatore di Ittiri, ma da tempo residente a Terralba, centro non lontano dall'isolotto, protagonista di storiche battaglie per l'indipendenza della Sardegna, ha gia' inviato il progetto sia alle Nazioni Unite e ai suoi membri, che al presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi. In parallelo Salvatore Meloni, che da piu' di vent'anni trascorre gran parte delle sue giornate sull'isoletta assieme ad altri indipendentisti, avviera' una causa civile per l'usucapione dell'isola di Mal di Ventre che, dal 1972, - ha riferito il suo avvocato, Maria Vitalia Anedda - appartiene alla societa' napoletana "Turistica Cabras srl"(?). Da qualche mese, inoltre, Meloni ha richiesto al Comune di Cabras la residenza anagrafica sull'isola per rafforzare la sua iniziativa. "Mal di Ventre rappresenta un simbolo di riappropriazione dei territori dei sardi, che ci sono stati arbitrariamente sottratti", ha spiegato il legale di Salvatore Meloni, comunicando ai giornalisti un messaggio del suo assistito che, solo mercoledi' prossimo, in una conferenza stampa, spieghera' le motivazioni della richiesta di indipendenza. Dal luglio del 1974, nell'isola di 81 ettari, gli indipendentisti si sono installati come fossero i veri proprietari, occupandosi sia della pulizia che della salvaguardia dell'area marina protetta, a nord dell'isola. "Esistono gli estremi per l'usucapione - ha sottolineato l'avvocato - poiche' si tratta di un possesso continuato, pacifico e non interrotto per vent'anni".
Fin qui, il lancio dell’Agenzia Italia. Ma l’intenzione di occupare l’isola di Mal di Ventre era, evidentemente, per Salvatore Meloni un chiodo fisso, visto che lo aveva preannunciato in un ‘intervista rilasciata, su “L’Unione Sarda”, nel maggio di quest’anno, a Giorgio Pisano:
Malloreddus, agnello, patatine di contorno. E rivoluzione. Servita fredda. Dopo una condanna a nove anni di reclusione non potrebbe essere altrimenti. Protagonista degli anni '80 di una sfigatissima guerra contro lo Stato italiano colonialista e sfruttatore, Salvatore Meloni scioglie un vecchio voto e decide di riprovarci. Aveva giurato ai familiari che non si sarebbe occupato di politica fino al traguardo dei 65 anni. Oggi li compie e festeggia, in un ristorante di Barumini assieme a un centinaio di compagni-amici-sostenitori, la fine di una promessa e la nascita di un partito. «Come se cominciassi un'altra vita». Un'altra? La solita. Trattasi di esumazione, dissepoltura. Arrestato ai primi di gennaio del 1981 a ridosso di un attentato contro il Comando militare della Sardegna a Cagliari, è stato dapprima trasferito in una caserma dei carabinieri in pieno centro, poi spedito in periferia e da lì deportato (direbbe lui) all'ottavo piano dell'ospedale san Francesco di Nuoro. Dove, nella stagione sanguinaria del partito armato, era stato allestito un reparto caveau per svolgere gli interrogatori con comodo. Trentatré giorni ci è rimasto. Cioè fino a quando, carta e penna, non ha presentato al procuratore della Repubblica un esposto per sequestro di persona. Occhi chiari, baffoni risorgimentali come il testimonial televisivo di una birra celebre, Meloni ha tre figli, vive a Terralba (un passo da Oristano) e conserva una formidabile carica di rompipalle. Di Mario Marchetti, pubblico ministero che a suo tempo l'ha spolpato e scorticato chiedendo al processo una condanna esemplare per cospirazione politica atta a sovvertire l'ordine costituito, ha un'opinione positiva: «Magistrato rispettabile e corretto». Non lo vuole vedere morto, insomma: ancora oggi ogni tanto si incontrano e chiacchierano del mondo. Dice queste cose uno tutt'altro che mollaccione. Mentre era in carcere - isolamento speciale - scrisse a Carlo Sanna,segretario del Partito sardo d'azione: certo che non starai perdendo la pancia facendo marce a mio sostegno. Questo per dire che si mantiene duro e puro. Giacca di velluto e dente d'oro come un rom benestante, ha una storia personale che fila dritta dritta. Nel 1981, mentre i sardisti celebravano il congresso a Porto Torres, s'è fatto portatore di un emendamento-choc che riscriveva lo statuto: articolo 1, il Partito sardo d'azione si prefigge di portare il popolo sardo all'indipendenza. Approvato. Poi, tempi e protagonisti successivi hanno pensato a sbianchettare quel principio tutto di lotta e niente di governo. In paese Salvatore Meloni è per tutti Doddoreddu, autotrasportatore d'un certo benessere, fondatore-presidente-demiurgo di un partito che si chiamava (e si chiama nuovamente a partire da stamattina) Par.i.s. I punti sono fondamentali per evitare di confonderlo col nome di una nota miliardaria americana e con una capitale gallica ancora più famosa. Paris vuol dire Partidu sardu pro s'indipendentzia. Non si comprendono le ragioni di questo ritorno in vita, tenuto conto che l'arcipelago è già piuttosto affollato: A Manca pro s'indipendentzia (comunisti), Irs (Indipendentzia repubrica de Sardigna) del pacifista Gavino Sale, Sardigna Natzione di Bustiano Cumpostu orgogliosamente in orbace forever, alla faccia delle mezze stagioni e del termometro.
C'era bisogno anche di Par.i.s nelle pagine gialle dell'indipendentismo?
«Sì, ma dev'esser chiaro da subito che il nostro non è un partito-contro gli altri movimenti indipendentisti».
Conta di vederla?
«Cosa, l'indipendenza? Prima che io chiuda gli occhi questa sarà una terra libera. Non m'avessero messo le manette, esisterebbe dal 1982».
La repubblica di Sardegna?
«Proprio. Avevamo intenzione di occupare l'isola di Mal di Ventre (che appartiene a un inglese) e da lì aspettare il riconoscimento da parte degli altri Stati. A cominciare dalla Libia».
Perché la Libia?
«Perché con i libici avevamo legami forti. E contatti d'un certo tipo. Dovevano darci una mano».
Finanziarvi?
«Anche. Ma poi è finita com'è finita. Non hanno fatto in tempo a darci neanche un centesimo».
Fondare (o rifondare) un partito in ristorante non è il massimo.
«Un posto vale l'altro. Io farò due feste in una: compleanno e battesimo del Par.i.s».
Sono molti a dirle che non c'è di testa?
«Me lo dicono, ma la faccenda mi lascia indifferente. Eppoi, mica sbagliano: in manicomio ci sono stato davvero».
Quando?
«Quando ho fatto uno sciopero della fame durato cinque mesi e quattordici giorni. Ero lì lì per andarmene e il giudice mi ha imposto l'alimentazione forzata. Che mi hanno fatto, non so perché, nel reparto di Psichiatria».
Voleva morire sul serio?
«Manco un po'. Stavo semplicemente combattendo. Come l'irlandese Bobby Sands, morto d'inedia nel carcere di Belfast. I giornali inglesi, in quel periodo, parlavano tutti i giorni della mia vicenda».
Lei è un nonviolento?
«Sono alto quasi un metro e novanta, passo il quintale di peso. Esaurite le due guance evangeliche, è il caso di reagire, mica si possono prendere schiaffi sempre muti e zitti».
C'era bisogno di un nuovo-vecchio partito indipendentista?
«A Terralba, dove vivo e dove c'è stata l'unica vera, storica vittoria dei sardi contro l'oppressore, albergano gli spiriti della sardità, della rifondazione di uno Stato».
D'accordo, e con gli altri come la mette?
«La nostra non è una posizione di ostilità. Il fatto è che io all'indipendenza ci voglio arrivare con un referendum».
Quasi come i leghisti d'un tempo.
«Macché. I leghisti avanzano rivendicazioni socio-economiche del territorio. Noi invece chiediamo per i sardi un seggio alle Nazioni Unite: come la Croazia, come Cipro, come Malta».
Morale: siete quattro gatti e pure divisi.
«Io non mi rivolgo agli indipendentisti ma a quelli che non sanno di esserlo, cioè al 98 per cento dei sardi. Ho l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, dunque non mi posso candidare, dunque la mia battaglia non punta ad avere un posto a tavola».
Come vi muoverete?
«A febbraio il Bollettino ufficiale della Regione ha pubblicato la nascita di un'associazione culturale che si chiama “Patria sarda”. Lo stesso nome ha una cooperativa che punta al lavoro: dalla custodia dei musei alla pulizia delle strade».
E questi sono gli strumenti per vincere?
«Sicuro: serve tempo, dedizione, volontà. E noi ne abbiamo in abbondanza».
Siete al bis: l'altra volta vi è andata buca.
«Gli arresti ci hanno fermato in contropiede, a un passo dalla proclamazione della repubblica».
E lei ha speso un sacco di soldi per comprare tritolo.
«Io, comprare tritolo?».
Atti processuali. E il tritolo costa più del prosciutto di Parma.
«Intanto non era tritolo ma esplosivo a base di gelatina. Coi miei camion lo trasportavo in miniera a botte di trenta tonnellate per volta. E, secondo lei, lo compravo?»
Diciamo che ce l'aveva a titolo di amicizia.
«Non ho mai speso una lira per l'esplosivo».
Chi sono i nemici della rivoluzione?
«I sardi col loro fatalismo, con la loro arrendevolezza. Sono i nostri peggiori difetti».
Dimentica l'invidia.
«È una balla. Caino ammazza Abele per invidia. Storia vecchia, l'invidia è malattia collettiva, planetaria».
Se la rivoluzione va bene, l'Inps va via e siamo alla canna del gas.
«L'Inps è nostro perché eroga soldi nostri. Quindi dopo continuerebbe a darceli. E noi, nel frattempo, avremmo modo di ridurre le tasse, l'Iva e il prezzo della benzina».
Già sentita questa: meno tasse per tutti.
«La Sardegna è una terra magica ma un incantesimo ci ha condannato a non rendercene conto. Tra turismo e filiera agro-alimentare, vivremmo alla grande in assoluta autonomia. E invece stiamo in banchina».
Fronte del porto.
«È la maledizione di sempre, aspettiamo dal mare il salvatore di turno».
Ma lei ha capito dove sta andando l'Italia?
«Berlusconi, Alemanno sindaco di Roma? Ben vengano. Servono per accelerare il processo di coscienza».
Da parte di chi, dei 70mila che vanno a sentire Maria De Filippi?
«L'Italia è business, tutto un circo dove stiamo dentro a fare numero, ci piaccia o no. Guardate quei poveri emigrati che sono piovuti l'altro giorno a Cagliari per raccontare storie malinconiche e disperate».
E allora?
«Ci fosse la nostra repubblica, gli emigrati lavorerebbero qui e non fuori».
In che campo, se non siano indiscreti?
«Rispondo con la frase di un grande economista: uno lo paghiamo per fare un buco, l'altro per tapparlo. I soldi? La Sardegna ha risorse sconfinate».
Fosse governatore, primo provvedimento?
«Affrontare la piaga della disoccupazione. Briciole come quelle che arriveranno dal G8 a La Maddalena non risolvono».
Par.i.s. è di destra o di sinistra?
«Che domanda stupida. Credete ancora in queste polverosissime categorie?»
Non le converrebbe, dopo l'ammazzacaffè, andare in pensione serenamente?
«Gli anni che mi restano sono dedicati per intero all'indipendenza della Sardegna. Ho fatto un voto e non mi fermerò».
Di Salvatore Meloni si è occupata, nel giugno scorso, anche “La Nuova Sardegna”, con un articolo di Paolo Pillonca, che riportiamo per par condicio:
Quando parla del suo mestiere di autotrasportatore Salvatore Meloni cambia aspetto. Il suo volto si distende come una foglia dopo la pioggia: «Quello del trasportatore è il mestiere che ha portato la civiltà nel mondo», è l’incipit di una sorta di inno. «Senza trasporti e trasportatori non può esistere nessuna civiltà. Mi dicono: tu devi portare questo pacco in Alaska, in quell’igloo a latitudine X e longitudine y. Io vado e lo porto. Attraverso mari, deserti, fiumi, fino a quando arrivo a destinazione. Facendo questo mestiere sono a contatto con un mondo che la maggior parte della gente non conosce. Sulle mie spalle c’è la responsabilità della merce che mi è stata affidata e la fiducia del committente».«Spesso nel guardare alla storia dell’umanità dimentichiamo che Maometto era un carovaniere e Marco Polo altrettanto. Oggi gli eroi veri dell’Irak sono gli autotrasportatori che sfidano pericoli di ogni genere per portare a termine il compito loro assegnato. Io stesso mi definisco uno degli ultimi bucanieri, una sorta di esploratore che spesso va verso un mondo sconosciuto. Pochi sanno che uno dei punti di forza dell’antica Roma era il servizio di posta». Ma questo mestiere sarebbe ancora più bello per lui se i due punti di partenza e di ritorno appartenessero a una terra indipendente. Vediamo come e perché, dalle parole di Salvatore Meloni: «Noi sardi non siamo stati mai italiani, nel senso che l’Italia non ce l’ha mai chiesto. Ci siamo ritrovati piemontesi senza volerlo, nel 1720. I Savoia ci hanno ereditato perché un giorno a Londra i grandi dell’Europa dissero: da domattina la Sardegna sarà piemontese, dopo che gli Spagnoli per oltre quattro secoli ci avevano tenuto sotto il loro dominio. Più di recente è arrivata la Repubblica italiana, che è più giovane di me». Qui il discorso di Meloni si fa ancora più aspro: «Quale logica mi dovrebbe portare a essere italiano, in questo sfascio generale prodotto da gente che non sa governare? Perché un paese sardo deve essere retto da disposizioni italiane? La nostra è un’altra storia, un’altra gente, tutta un’altra particolarità, tutta un’altra lingua. Da indipendenti tratteremmo direttamente con l’Europa: sarebbe un bel vantaggio».Nel terzo millennio, secondo Meloni, questa rivendicazione «non è più un discorso eversivo: oggi l’indipendenza si sancisce con i referendum. Scherzando potrei dire che è un problema di carta intestata».Ma si rende conto che la questione non è facile e lo rimarca con una battuta: «Come faccio a piacere a tutti, preti, suore, frati? L’importante per me è poter dormire ogni notte perché sono tranquillo. Non come un’altra notte di un Natale lontano in cui la magistratura italiana per farmi gli auguri rituali mi trasferì nel carcere di Badu ‘e carros». Per fortuna adesso c’è una coppia di pony: presi per far divertire i nipotini, qualche volta distraggono anche il nonno. «Le prime albe della civiltà umana coincidono con i primi trasporti dei carovanieri. Non c’è sardità senza indipendenza, le donne capiscono meglio di tutti questo messaggio. L’identità inizia dai prodotti alimentari». Tre frasi apparentemente autonome, ma concatenate fra loro molto più di quanto non paia a prima vista. Sono di Salvatore Meloni, l’indipendentista di Terralba - autotrasportatore di professione - condannato a nove anni di carcere per cospirazione contro lo Stato a metà degli anni Ottanta. Su queste tre direttrici si articola il colloquio con lui, nella sede della sua azienda alla periferia della cittadina dell’Oristanese. Meloni parla per due ore di fila, passando da un argomento all’altro tra l’emozione profonda e l’ironia, ma sempre fermamente convinto di essere nel giusto. Convinzione fortificata dalle oltre tremila notti trascorse in cella e oggi divenuta incrollabile. «In carcere mi dicevano: non sei nessuno, non esisti, non conti nulla. A me veniva da ridere», inizia a ricordare. «A un certo punto ho chiesto a un magistrato importante: lei sa contare? Certo, mi ha risposto, iniziando la conta: uno, due, tre, fino a otto, quanti eravamo in quella stanza. Ha sbagliato, dico. Aveva contato anche me, dunque esistevo».L’osso duro dell’accusa era considerato il procuratore generale Giuseppe Villasanta, che lo “visitava” spesso, a Buoncammino.Racconta Meloni: «Con lui ho discusso ben 75 volte. Un giorno avevo disegnato a penna i quattro mori su un tovagliolo, esponendolo sulla bocca di lupo della cella. Villasanta me lo sequestra: danneggiamento di beni dello Stato, mi dice, ti farò incriminare. Gli rispondo: mi assolveranno, al processo, e lei non farà una bella figura. Incuriosito, mi domanda: come? Rispondo: chiedendo acqua e sapone per lavare la tovaglia in aula e restituirla pulita al presidente».
-L’accusa principale?
«Cospirazione politica e associazione sovversiva. Un articolo del codice Rocco sul distacco dalla madrepatria di lembi di terra soggetti anche temporaneamente alla sovranità dell’Italia prevedeva la pena di morte per chi si fosse macchiato di quel reato».
-La pena capitale è stata abolita, in Italia.
«Ma il reato è rimasto. E l’unico condannato della Repubblica sono io. Gli altri li hanno assolti tutti: Rosa dei Venti, Nar, Brigate Rosse. È lo stesso articolo che Papalia ha tentato di rispolverare a Mantova contro Bossi e tutto è finito in un nulla di fatto. Mi pare sia l’art. 302 del codice Rocco».
-Altri capi di imputazione?
«Un centinaio, forse qualcosa di più. Il povero procuratore Basilone quando vide che le cose non andavano bene tirò fuori la tentata strage per le bombe alla Tirrenia. Si parlava anche del mancato sequestro di tecnici americani a Monte Arci, del danneggiamento di aerei militari a Decimo, di armi e di esplosivi. Io non ho mai avuto un’arma in vita mia e non conosco gli esplosivi».
-Prove?
«Di tutta questa roba non hanno mai trovato nulla di serio, era un processo indiziario. Nella nostra casa di Marceddì, dove la mia famiglia passava l’estate, qualcuno aveva messo dell’esplosivo».
-Chi?
«Io di sicuro no, era la casa dove i miei bambini passavano le vacanze, sarei stato un matto a mettere dell’esplosivo lì. Quel materiale non è mai stato presentato in aula».
-È vero che i pm ti contestavano l’uso della lingua sarda?
«Ho avuto quattro mandati di cattura, ogni volta che stavano per scadere i termini di carcerazione preventiva mi aggiungevano qualche altro reato. Lo scontro più duro era sul fatto che parlavo sempre e soltanto in limba. Mi dicevano: sei un illuso se pensi che il sardo possa essere scritto in documenti dello Stato italiano».
-Chi te lo diceva?
«Ho conosciuto nove pm. L’uso del sardo me lo contestavano tutti, tranne uno».
-Dov’era l’eccezione?
«In Mario Marchetti. L’unico pm che non ha mai fatto cenno alla questione è lui».
-Ti sei mai chiesto il perché?
«Veramente no. Non ci ho mai pensato seriamente».
-Potrebbe essere questo: Mario Marchetti è figlio di Nanni, noto poeta in lingua sarda. Suo padre ha anche un primato: è stato il vincitore della prima edizione del premio di poesia in limba ‘Città di Ozieri’, nel 1956.
«Se è così mi fa piacere per il dottor Marchetti: evidentemente non è un figlio degenere. Hai fatto bene a dirmelo».
-Tornando al clima di quegli anni, come lo analizzi oggi?
«Gli inquirenti si sono trovati davanti una cosa molto più grande di loro. All’inizio del processo contro di me i buoi erano già scappati dalla stalla».
-Perché?
«L’idea sardista aveva preso il volo e non c’era pm che potesse fermarla».
-Quale strada percorreva l’accusa, secondo te?
«Cercava di esorcizzare il problema politico vero facendolo passare come una guerra privata fra me e la Tirrenia. In un’epoca diversa il processo sarebbe stato inquadrato in un altro modo».
-La tua linea, invece?
«Io e gli altri eravamo carcerati che rivendicavano il diritto all’indipendenza della loro terra. Sono diventato indipendentista dopo un lungo lavoro all’interno del partito sardo d’azione, che aveva l’indipendenza come scopo sancito nel suo statuto. Da carcerazione a rivendicazione, in poche parole. E l’accusa passò al contrattacco».
-Di che tipo?
«Una tattica vecchia, la terra bruciata. Mia moglie fu messa in carcere. Il giorno dopo fui chiamato alle cinque del mattino nell’ufficio matricola della prigione. Mi fecero vedere la foto di mia moglie in prima pagina sulla Nuova. Cercavano di sfiancarmi. Volevano fermare l’idea sul nascere».
-E tu?
«Dissi subito: anziché farmi desistere, l’arresto di mia moglie mi rende ancora più deciso nella lotta»
-Poi però hai cambiato tattica. O no?
«Anche loro. Era il periodo della morte in carcere di un indipendista irlandese, Bobby Sander. Io ero passato dal carcere all’ospedale e continuavo lo sciopero della fame: cinque mesi e 14 giorni in tutto. La mia vita era a rischio».
-Dunque?
«Il ministero monitorava le mie condizioni di salute. Venne in Sardegna il deputato altoatesino Schulz, Sudtiroler Volkspartei, della commissione giustizia della Camera: accettai di rispondere in italiano agli inquirenti in cambio degli arresti domiciliari».
-Torni a fare politica da uomo libero nel tuo partito indipendentista. E lavori nel campo dei prodotti di qualità. Come sei organizzato?
«Ho fondato una cooperativa di nove soci, tutti indipendentisti. Si chiama ‘Patria Sarda’. Trattiamo vari settori merceologici, dai prodotti agricoli ai salumi, dai dolci ai liquori fino agli abiti ispirati al costume sardo. Il nostro logo, lo stesso del partito e del sindacato dei trasportatori è un marchio che garantisce tutti questi prodotti».
-Tu dici che le donne sono più sensibili all’idea dell’indipendenza. Perché?
«Hanno un istinto atavico, quello del dono della vita. Hanno un senso e un settimo senso e sono più indipendenti di noi dal punto di vista interiore. Soffrono più di noi il dramma dell’emigrazione, come madri e mogli, da secoli sono abituate a caricarsi sulle spalle i più grandi tormenti delle famiglie sarde. Ho fiducia in loro, sono la mia speranza più grande»
La nostra storia, vuol dire Meloni, è matrilineare. «Non a caso i personaggi sardi più famosi sono due donne: Eleonora d’Arborea e Grazia Deledda», dice oggi. La stessa frase, anni fa, fu pronunciata in un convegno letterario da Giovanni Maria Cherchi, ex-consigliere regionale del Pci, poeta e saggista.
Di greg (del 26/08/2008 @ 18:00:01, in cronaca, linkato 577 volte)
La ricerca sulla spesa per la vacanza nell'Isola, voluta dall'assessorato regionale del Turismo, è stata elaborata dall'Osservatorio economico della Sardegna. Effettuata nel settembre scorso, e consegnata nel corrente mese di agosto, l'indagine è uno dei contributi a un più ampio sistema di reportistica sul turismo della Sardegna, il cui obiettivo è quello di mettere a disposizione dati e informazioni per osservare e monitorare il fenomeno, ma anche per analizzare e valutare le politiche del turismo lungo le dimensioni più rilevanti. Il questionario, somministrato a 3.349 turisti in partenza dai porti e dagli aeroporti della Sardegna, dopo aver trascorso un periodo di vacanza, è composto da tre sezioni. Le prime due, dedicate al comportamento di vacanza, sono state già divulgate il 23 marzo scorso. La terza è la sezione dedicata alla spesa sostenuta. La spesa media per una vacanza in Sardegna è pari a 1.282 Euro, 150 Euro al giorno. La spesa comprende il costo del viaggio e del soggiorno o, in alternativa, il costo della vacanza con prezzo tutto compreso, ma anche le spese in ristoranti e bar, nei supermercati, nei negozi, nelle gastronomie, le spese per le attività sportive (noleggio attrezzature, lezioni, escursioni, escluse le spese per l'acquisto di attrezzature e di abbigliamento sportivo) e per le attività ricreative (cinema, teatro, parchi, divertimento), le spese per i prodotti dell'artigianato locale (inclusi i prodotti alimentari tipici), le spese per gli spostamenti con mezzi pubblici e per il noleggio di auto e di altri mezzi di trasporto. I turisti di sesso femminile hanno speso in media 1.229 Euro per la vacanza, pari a 142 Euro al giorno; un po' meno, quindi, dei turisti di sesso maschile, che per la vacanza hanno speso 1.335 Euro, 158 Euro al giorno. Rispetto alla classe di età, i turisti che hanno speso di più per la vacanza sono quelli di età compresa tra i 45 e i 64 anni (1.359), mentre quelli che hanno speso meno sono i giovani fino a 24 anni (1.104 Euro). I turisti con più di 64 anni, che si concedono mediamente una vacanza più lunga, hanno una spesa giornaliera media inferiore rispetto ai turisti delle altre classi di età. La struttura scelta per alloggiare incide notevolmente sul costo della vacanza. A spendere più di tutti sono i turisti che decidono di alloggiare negli alberghi o RTA a 4 o 5 stelle; per questa classe di turisti la spesa media della vacanza è di 1.875 Euro (247 Euro al giorno). Viceversa, a spendere meno di tutti sono quelli che trascorrono il periodo di vacanza in una casa di proprietà o come ospiti di parenti e amici. Ad incidere sul costo della vacanza è poi la scelta della tipologia di viaggio, cioè se si è scelto di fare un viaggio individuale, un viaggio di gruppo o gruppo familiare e, infine, se si è trattato di un viaggio organizzato da un Tour operator o da una agenzia di viaggio o di un viaggio non organizzato.
- Consulta la tabella sulla spesa dei turisti in Sardegna
Altre notizie:
E' scritto nel comunicato: "Presso gli uffici della Struttura della Missione di La Maddalena si è concluso l'iter di affidamento di parte dei lavori di infrastrutturazione del G8 alle imprese Sarde. Si è definito con piena e totale condivisione, nonché soddisfazione, il contratto tipo di affidamento tra le imprese contraenti e le imprese subappaltatrici. Al termine della riunione tutte le imprese Sarde convenute hanno dichiarato la propria adesione agli impegni assunti e affermato la disponibilità ad attivare le operazioni di accantieramento entro le 24 ore, per poter iniziare le attività di costruzione dal prossimo lunedì 1 settembre. L'ANCE Sardegna e la Lega delle Cooperative, che hanno coordinato le attività delle imprese, hanno espresso la soddisfazione per il risultato raggiunto ed il coinvolgimento delle imprese di tutte le Province; hanno inoltre ringraziato la Protezione Civile, la struttura di Missione e il Presidente della Regione per il forte appoggio all'iniziativa, ed auspicano che questa possa essere una prima e concreta dimostrazione della capacità organizzativa e costruttiva del sistema delle Imprese Sarde".
Di greg (del 28/08/2008 @ 12:30:21, in cronaca, linkato 629 volte)
Modernizzazione delle tecnologie, informatizzazione e rafforzamento del rapporto tra ospedale e territorio. Questi i punti cardine verso cui sarà orientata l’azione dei vertici dell’Azienda sanitaria locale di Oristano, che nei giorni scorsi hanno visitato i presidi ospedalieri e i poliambulatori di Oristano e Bosa, il “Delogu” di Ghilarza e gli ambulatori di Ales, Terralba, Laconi, Mogoro e Villa Sant’Antonio. Un sopralluogo che è servito a conoscere lo stato delle attuali strutture socio-sanitarie, a individuare le eventuali criticità, e a tracciare una mappa degli interventi da mettere in cantiere. Il manager, Bruno Palmas, e il direttore sanitario, Nicola Orrù, hanno incontrato i responsabili dei presidi territoriali, gli operatori sanitari e gli amministratori locali, concordando con ciascuno di essi una strategia d’azione. Una particolare attenzione sarà accordata alle strutture più periferiche – dalla Marmilla al Sarcidano, alla Planargia – dove, oltre all’attivazione di nuovi servizi, verrà potenziato il collegamento informatico con i poli sanitari principali. Un’importante novità riguarderà i Centri prelievi della provincia, che presto saranno informatizzati e collegati in rete, in modo che i dati riguardanti i singoli pazienti possano essere condivisi e trasmessi in tempo reale dai punti prelievo ai laboratori di analisi e viceversa. Ciò sarà permesso anche grazie all’utilizzo della firma elettronica. L’adozione di questo strumento consentirà, infatti, la certificazione e la trasmissione digitale dei referti, abbattendo i tempi d’attesa per la consegna dei risultati. Oltre ad essere informatizzata, la rete sarà estesa sul territorio. Un primo passo in questo senso sarà compiuto a Laconi, dove fra breve sorgerà un apposito Centro prelievi. Gli utenti della zona, oggi costretti a recarsi ad Ales per una semplice analisi ematologica, potranno presto rivolgersi all’ambulatorio di Laconi, sia per il prelievo che per il ritiro delle analisi, evitando così scomode trasferte. Nello stesso territorio, si stanno studiando le soluzioni per potenziare l’ambulatorio di Villa Sant’Antonio, una struttura nuova ed efficiente che potrebbe ospitare, in futuro, ulteriori servizi rispetto a quelli oggi presenti. Spostandosi verso l’alto oristanese, saranno presto avviati i lavori per il rifacimento del piazzale antistante il poliambulatorio di via Santa Lucia, a Ghilarza, uno sterrato che da tempo necessitava di un’opera di riqualificazione per via delle precarie condizioni del terreno. A Bosa, infine, da parte della nuova direzione è arrivato l’impegno ad intervenire sul sistema di telefonia, che sarà agganciato alla rete aziendale. Un intervento che consentirà agli utenti della Planargia di mettersi in contatto telefonico con i servizi sanitari del territorio in modo più rapido ed efficace.
Altre notizie:
La Giunta comunale di Oristano, su proposta dell’Assessore all’Urbanistica, Salvatore Ledda, ha approvato il bando per il recupero e la valorizzazione degli edifici storici privati. Fino al 15 Settembre i proprietari, i comproprietari e i titolari di diritti reali di godimento di immobili compresi nel centro matrice di Oristano potranno presentare proposte di recupero primario per la valorizzazione degli edifici.“Le proposte presentate dai soggetti privati costituiranno la base documentale necessaria per l’elaborazione di un Programma integrato, che insieme a quelli di Cabras, Santa Giusta, Solarussa, Palmas Arborea e Riola ci consentirà di partecipare al Bando regionale “Biddas 2008”, in coerenza con il Piano paesaggistico regionale e la Legge per la tutela e la valorizzazioni dei centri storici della Sardegna – ha spiegato l’Assessore Ledda -. È significativo il fatto che, anche grazie alla rete costituita attraverso il Piano strategico dell’area vasta, si stiano realizzando importanti sinergie con altri comuni, che ci potranno consentire di sviluppare programmi di sviluppo di ampio respiro. Gli edifici devono essere localizzati nel centro di antica e prima formazione - ha precisato l’Assessore -. I contributi, nella misura massima di 10 mila Euro, potranno essere concessi per il restauro delle coperture, dei prospetti, delle fondazioni, degli allacci alla reti tecnologiche, e per gli spazi comuni di edifici con più unità immobiliari”. Le richieste di partecipazione dovranno pervenire in busta chiusa all’Ufficio protocollo del Comune di Oristano, piazza Eleonora 44, 09170 Oristano, corredate della documentazione richiesta, entro il 15 settembre 2008. Copia del bando è disponibile all’Albo pretorio e sul sito internet del Comune di Oristano (www.comune.oristano.it). Ulteriori informazioni possono essere richieste al Servizio urbanistica del Comune allo 0783 791313.
La ludoteca comunale di Silì avrà una propria sede. Il Comune di Oristano ha bandito la gara d’appalto per la realizzazione della struttura comunale. Per questo progetto il Comune dispone di 190 mila Euro, mentre la gara si svolgerà su una base d’asta di 103 mila Euro. “Con la realizzazione dei nuovi locali la ludoteca potrà finalmente avere una sua autonomia e finirà la convivenza con la circoscrizione – hanno spiegato gli Assessori ai Lavori pubblici e alle Politiche sociali, Andrea Lutzu e Francesco Varsi -. Per tanti anni la circoscrizione e la ludoteca hanno dovuto utilizzare gli stessi locali, con evidenti disagi per gli operatori e per i cittadini che utilizzano i servizi offerti. Per realizzare questo intervento il Comune ha accesso un mutuo con la Cassa depositi e prestiti – ha aggiunto l’Assessore Lutzu -. La gara si svolgerà il 20 Settembre. Dopo l’aggiudicazione l’impresa avrà tre mesi di tempo per realizzare il progetto e mettere a disposizione della frazione i nuovi locali, che sorgeranno in aderenza all’ex ESMAS, tra la via Martiri del Congo e la via Giovanni Paolo I. La struttura in progetto è costituita da due corpi, uno per lo svolgimento delle attività dei bambini e dei ragazzi, l'altro per il ripostiglio e i servizi igienici. Sono previsti gli ingressi e i servizi per i disabili e la predisposizione dell’impianto di climatizzazione”. “Il sistema ludotecario comunale si è sempre qualificato come un servizio di eccellenza, presto dalle operatrici con grande professionalità e competenza, frequentato e apprezzato dalle famiglie oristanesi – ha concluso l’Assessore Varsi -. Siamo attivi nelle frazioni e nel quartiere di Torangius. A San Nicola, dopo un anno, nei prossimi giorni riaprirà la sede che era stata chiusa per problemi di agibilità. In questi mesi il servizio è stato comunque garantito nell’ex asilo di via Libeccio. A Silì, dove il servizio è attivo dal lunedì al venerdì, confidiamo di aprire la nuova sede all’inizio del 2009”.
Di pig (del 28/08/2008 @ 19:00:35, in cronaca, linkato 11633 volte)
La bandiera della Repubblica indipendente di Malu Entu svetta, da oggi, su uno spuntone di roccia poco a sud di Cala Nuraghe, sulla costa orientale dell'Isola di Mal di Ventre. La cerimonia dell'issabandiera, celebrata in modo molto informale, poco prima delle 11, sotto un sole cocente, è stata seguita al largo da un gommone della Polizia e da una motovedetta della Guardia Costiera. ll momento è stato immortalato da alcuni fotografi e dall'operatore di una televisione privata, ma soprattutto da telefonini e telecamere digitali di decine di turisti incuriositi. Molti turisti hanno versato volentieri il contributo di un euro chiesto dal presidente della neonata Repubblica di Malu Entu, l'ex imprenditore e camionista Salvatore Meloni, 65 anni, di Terralba, per alimentare il fondo destinato all'acquisto dell’isola dall'attuale proprietario, l'imprenditore inglese Rex Miller. “Questo è solo il punto di partenza, il nostro obiettivo è l'indipendenza di tutta la Sardegna - ha sottolineato Salvatore Meloni -. Chi oggi ride, vuol dire che non ha capito nulla”. E alle perplessità sollevate da un gruppo di turisti, appena sbarcati nell'isolotto, il “presidente” della neonata Repubblica indipendente di Malu Entu ha replicato che la presenza della Polizia e della Marina militare sono la migliore dimostrazione della serietà del suo progetto indipendentista. “E stavolta vado fino in fondo”, ha concluso, ricordando i nove anni di carcere fatti per il presunto complotto separatista negli anni '80. (ANSA).
Insomma, si può dire tutto su Salvatore “Doddore” Meloni, si possono contestare le sue iniziative, ma non si può certo dire che non riesca a catalizzare l’attenzione dei media su qualsiasi cosa decida di fare. La proclamazione dell’indipendenza dell’isola di Mal di Ventre, finita su tutti i giornali nazionali, e non solo, è la dimostrazione lampante di come il pittoresco autotrasportatore-indipendentista di Terralba riesca sempre a far notizia. Dopo il suo tentativo indipendentista, agli inizi degli ani ’80, che gli aveva procurato una condanna a nove anni di reclusione, “Doddore” riprova la strada dell’indipendenza della Sardegna partendo dalla proclamazione della Repubblica Indipendente di Malu Entu. Repubblica che ha, per ora, non tantissimi adepti (gli indipendentisti del "Par.i.s“ accampati sull’isola assieme a Meloni sono appena una decina) e tanto di bandiera, formata da due rettangoli orizzontali, rosso sopra e blu sotto, con al centro un cerchio di colore bianco all’interno del quale vi è una pintadera, la dea madre, un bronzetto nuragico, e altri simboli della nostra "sardità", con attorno la scritta Repubblica Malu Entu. La strada per l’indipendenza della Sardegna, secondo Meloni, dovrebbe passare, fra l'altro, attraverso un referendum da tenersi sotto l’egida dell’Onu, seguito da altre iniziative, utili a far comprendere all’opinione pubblica che il cammino che conduce al distacco dell’isola dallo stato italiano è una cosa seria, anche se adesso viene visto con scetticismo e nei più suscita soprattutto il sorriso. “Anche il Kosovo – ha detto Meloni -, provincia autonoma indipendentista della Serbia, amministrata dall’Onu, quando dichiarò la sua indipendenza fece sorridere; ora invece del Kosovo non ride più nessuno”. Salvatore “Doddore” Meloni è consapevole che quello dell’indipendenza della Sardegna non è un percorso facile. Ma le difficoltà hanno sempre acuito l’ingegno di questo omone terralbase, che dopo aver promesso alla moglie di starsene buono fino alla pensione, compiuti i sessantacinque anni (età pensionabile per eccellenza), anziché pensare a fare il cincinnato e godersi i nipotini, ha deciso di sventolare nuovamente il vessillo separatista. Il programma politico completo è in fase di continua elaborazione, ma quanto a visibilità ci siamo alla grande. Non ci sarebbe, quindi, da meravigliarsi più di tanto, se qualcuno gli offrisse una candidatura per le prossime europee o per le regionali. Anche se quest’ultima diminutio il presidente della Repubblica di Malu Entu non l’accetterebbe mai.
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19/06/2013 @ 0.26.08
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