Secondo quanto deciso dal giudice del lavoro del Tribunale di Oristano, Salvatore Carboni, cinquanta docenti potranno andare in pensione a settembre. Questo, contrariamente a quanto stabilito, invece, dal decreto del ministro del lavoro, Elsa Fornero, contro il quale gli insegnanti hanno intrapreso una “agguerrita” battaglia legale. Il giudice Salvatore Carboni ha, infatti, emesso un decreto cautelare che, in pratica, consente agli insegnanti che hanno presentato il ricorso di lasciare la scuola e godersi la meritata pensione. “Il decreto del giudice – ha spiegato l’avvocato Giuditta Podda – disapplica il decreto che impediva ai ricorrenti di andare in pensione. Gli stessi ricorrenti saranno, quindi, ricollocati in pensione da settembre”. Il personale della scuola della provincia di Oristano, nato tra il 1951-1952, con anzianità di servizio compresa fra i 35-36 anni di contribuzione che, a suo tempo, si era visto negare il diritto alla pensione entro il termine del 31 agosto 2012 dalla “legge Fornero”, ha ottenuto, quindi, un risultato importante. Il giudice si dovrà ora pronunciare nel merito, ma l’ordinanza è già oltremodo positiva. “Ai ricorrenti va la solidarietà di tutti coloro che negli anni successivi si troveranno nella medesima situazione – ha detto Fabrizio Pinna, segretario provinciale della Uil Scuola –. Ci troviamo, infatti, di fronte alla violazione di un diritto acquisito, e per questo il personale della scuola pretende giustizia e rispetto della legge. Le procedure saranno attuate nel rispetto e nella assoluta tutela dei ricorrenti”. La decisione del magistrato oristanese, che è una delle prime in una materia così complessa e che, soprattutto in questi ultimi tempi , è diventata particolarmente sentita, servirà da apripista per tutti gli insegnanti che si trovano nelle stesse condizioni dei colleghi oristanesi a cui il giudice, Salvatore Carboni, ha dato ragione. (tratto da www.lanuovasardegna.gelocal.it)
È uno di quegli emendamenti che passano regolarmente inosservati e vengono altrettanto regolarmente approvati. All’ingrosso c’è scritto più o meno così: all’articolo X della legge Y sostituire le parole “100 milioni” con le seguenti “70 milioni” e al terzo periodo sostituire “50 milioni” con “90 milion”’. Firmato: Paolo Giaretta del Pd e Gilberto Pichetto Fratin del PdL, relatori in Senato della spending review. Che vuol dire? si chiederà il lettore. In parole povere che, dentro quel decreto che taglia la sanità e affama gli enti locali per miliardi di euro, dentro quello stesso decreto nel quale non si è riusciti a trovare 38 milioni per garantire duemila esodati del gruppo Finmeccanica, il Senato ha invece avuto la capacità di scovare altri 10 milioni da infilare nel fondo di spesa per i gruppi parlamentari, meglio noto come “Legge Mancia”, vale a dire l’argent de poche a disposizione degli eletti per foraggiare spesucce nei collegi d’appartenza (alcuni gruppi come il Pd, va detto, ora li devolvono tutti ad uno scopo tipo l’emergenza sisma, altri come IdV non partecipano proprio alla spartizione). Insomma, se noi traducessimo più o meno in una lingua comprensibile quelle poche, oscure righe potremmo scrivere questo: i soldi della Mancia erano 150 milioni, cento quest’anno e 50 il prossimo. Con un barbatrucco i fondi vengono ridotti di 30 milioni subito (a 70), ma aumentati di 40 nel 2013 (90 milioni). Il totale nel biennio, insomma, passa da 150 a 160 milioni. Questa trouvaille – va confessato – la dobbiamo al lavoro di Silvana Mura, deputata di Italia dei Valori, secondo cui peraltro “ancora peggio è il fine dell’operazione, anche se questa è una mia illazione e non ho le prove. Perché infatti spostare la maggior parte della spesa (guadagnandoci pure 10 milioni) all’anno prossimo? Perché si cerca di prendere tempo, visto che, considerata la situazione economica e politica, è probabile che nessuno avrà il coraggio di spartirsi i soldi del 2012”. Insomma, spiega la tesoriere di Italia dei Valori, “conviene spostare il malloppo al 2013 in attesa di tempi migliori e pure per schivare un mio ordine del giorno già approvato che impegna il governo a destinare tutti i soldi al terremoto”. Anche l’esecutivo, peraltro, non è che ci faccia una grandissima figura: “Vede, tace e non provvede – insiste – Mura perché un membro del governo mi ha detto chiaro e tondo: noi fino alla fine dell’anno stiamo fermi per rispetto del Parlamento”. Per chi si facesse soverchie aspettative sull’utilità della denuncia, però, va chiarito che non c’è alcuna possibilità che il decreto venga modificato alla Camera, magari togliendo 38 milioni al fondo della Legge Mancia per destinarli a quei duemila esodati rimasti a bocca asciutta in Senato: il governo ha già chiarito che Montecitorio deve approvare la spending review così com’è, per mandarla in Gazzetta Ufficiale prima delle vacanze estive. La cosa è talmente risaputa che a Montecitorio tutti erano convinti che il voto definitivo sarebbe arrivato venerdì sera e chiusa lì: meglio di no, ha spiegato un Gianfranco Fini preoccupato dall’immagine di un Parlamento che si prende il solito mese di ferie, votiamo martedì o mercoledì prossimo, che fa meno casta. Motivo per cui un manipolo di disperati ieri s’affannava a non dormire durante la discussione generale sul provvedimento: “Effettivamente è un po’ inutile”, ammetteva sconsolato il deputato Touadì (Pd). Il risultato è che i 10 milioni sono assicurati: chiamarla spending review è solo quel tocco di genio che rende la cosa indimenticabile. (Marco Palombi, www.ilfattoquotidiano.it)
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Quando si afferma che in Italia non ci sono soldi, che non si possono fare tagli, si afferma una colossale balla. Semplicemente, il Sistema non può segare il ramo dove è seduto, un ramo di privilegi, di connivenze, di "roba" dello Stato affidata agli amici, di opere inutili come la Tav affidate alle cooperative rosse, di sperperi colossali senza ritorno occupazionale. Rigor Montis è ridotto alla parte del mendicante, del viandante europeo con il piattino in mano per chiedere agli Stati europei di comprare i nostri titoli per non fallire. Un giorno a Berlino, il giorno seguente a Helsinki e il successivo a Parigi. I premier europei lo scansano come un questuante. Ma i soldi ci sono, bisogna solo andarli a prendere. Iniziamo oggi con i risparmi dalle pensioni d'oro che gridano vendetta al cospetto di Dio, degli imprenditori suicidi, degli operai in mezzo a una strada, delle devastazione del tessuto produttivo delle PMI, degli esodati presi per i fondelli. Le pensioni d'oro sono 100.000 con un costo annuo di 13 miliardi, se venissero abbassate a 5.000 euro netti al mese, il risparmio ANNUALE sarebbe superiore ai 7 miliardi di euro. In luglio i parlamentari hanno bocciato un emendamento per portare le pensioni d'oro a un minimo di 6.000 euro netti al mese e, se cumulate con altri trattamenti pensionistici, a 10.000. Rigor Montis si è ben guardato da fare un decreto legge. Il Parlamento è come Fort Knox. Gli ex parlamentari percepiscono 2.330 pensioni, pari a 219 milioni di euro all'anno, di cui solo 15 milioni versati da loro. Gli altri 204 li pagano gli italiani con le tasse più alte del mondo. Conoscere i dettagli dei pensionati d'oro fa venire la bava alla bocca. Giuliano Amato prende 31.000 euro lordi AL MESE, 9.000 di vitalizio da ex parlamentare, 22.000 dall'INPDAP da ex professore universitario. Come potrebbero vivere senza un vitalizio gli ex parlamentari? Che mestiere potrebbero fare un D'Alema o un Gasparri dopo decenni di onorato servizio? Il vitalizio è una necessità per non lavorare, a destra come a sinistra. Oliviero Diliberto ha diritto a 7.959 euro dall'età di 51 anni, Franco Giordano a 6.203 euro dall'età di 50 anni, Waterloo Veltroni 9.000 euro da quando aveva 49 anni, che incassò prima di ritornare a prendere lo stipendio da deputato. Come vi sentite adesso? Siete ancora in grado di pagare la cartella di Equitalia con il sorriso sulle labbra e di andare in pensione a 67 anni, se ci arriverete vivi? I vitalizi vanno aboliti e quelli in vigore abbassati a 3.000 euro lordi. L'acqua è frizzante, ripeto: l'acqua è frizzante. (www.bebbegrillo.it)
Si è tenuto, a Zeddiani, il convegno sulla “Filiera corta, a cui ha preso parte anche il presidente della Provincia di Oristano, Massimiliano de Seneen. De Seneen ha affermato che questa “…nasce da non lontane intuizioni ed elementi di principio, destinati a divenire patrimonio diffuso del sistema produttivo e dei consumi. Si assiste – ha detto il presidente della Provincia -, al moltiplicarsi di iniziative che si muovono all’interno di un mercato appesantito dalla crisi, incerto nelle prospettive e nel futuro, soprattutto nel settore agricolo. In provincia di Oristano questo si conferma strategico con circa il 9% sul valore aggiunto complessivo, la percentuale più alta rispetto a tutte le altre province sarde, del dato medio regionale e nazionale. Valori non considerati, nei parametri che il Governo nazionale ha posto alla base del riordino delle Province. Il nostro sistema agroalimentare - ha proseguito de Seneen -, presenta nel suo insieme apprezzabili eccellenze produttive, da proteggere e salvaguardare, che hanno consolidato il nome e raggiunto ottimi livelli produttivi, inserendosi nei mercati in maniera adeguata: la filiera del latte, il riso, in parte quella dei vini, il cui trend positivo non basta, comunque, a riequilibrare il comparto delle altre imprese, sempre al limite della sopravvivenza”. Il presidente della Provincia ha voluto, poi, ricordare il tentativo non riuscito posto in essere nel Pip di Cabras, per la vendita diretta, da parte di alcuni produttori, naufragato nel silenzio più assoluto. Intervenendo a conclusione del dibattito l’assessore regionale all’Agricoltura, Oscar Cherchi ha annunciato la possibilità che nell’Oristanese venga creato un Centro agroalimentare pilota “…un percorso che può essere realizzato e attuato con una filiera produttiva chiusa e con il dichiarato concorso delle Associazioni di categoria .Sul progetto - ha detto l’assessore -, si sta dialogando con il ministero, che ha individuato le risorse necessarie”. Oscar Cherchi ha, inoltre, annunciato che martedì prossimo verrà presentato dalla giunta regionale il marchio unico di qualità dei prodotti sardi.
E’ in pieno svolgimento il lavoro dei sette scultori che si sono dati appuntamento, a Fordongianus, per la 22^ edizione del Simposio internazionale di scultura su pietra trachite. Giuseppe Solinas e Serena Casula (Sardegna), Sestilio Burattini (Umbria), Gualtiero Mocenni (Croazia), Jon Serban Dumitri (Romania), Noemi Palacios (Spagna), Renate Verbrugge (Nuova Zelanda), si sono cimentati nel difficile compito di rappresentare il tema di quest’anno: “Legalità e Sicurezza”. “Era doveroso dedicare il tema al “Progetto Archeo”. Legalità e Sicurezza rappresentano infatti al meglio il senso del Progetto”, ha detto il Sindaco di Fordongianus, Serafino Pischedda. Giunto ormai alla terza edizione, con la supervisione dell’Università di Sassari, il coordinamento delle archeologhe Silvia Vidili e Pierangela Defrassu, con la responsabile del progetto per il comune di Fordongianus, Manuela Mereu, “Archeo3” ha visto impegnati otto lavoratori socialmente utili e sette detenuti nei lavori di consolidamento e messa in sicurezza della parte nord dell’imponente complesso delle Terme di Fordongianus. “Archeo è il fiore all’occhiello dei partner del Progetto (Fordongianus, Norbello, S. Giusta, Masullas) – ha detto ancora il sindaco Pischedda -, tanto da diventare un modello virtuoso di buona prassi nell’uso e nell’impiego di risorse pubbliche. Il Simposio di scultura rappresenta il momento di massima visibilità per Fordongianus, ed è per questo che abbiamo voluto usare questo momento di promozione, per parlare di un tema così importante come la legalità e la sicurezza. Attraverso progetti di inclusione sociale come questo, dove persone sottoposte a misure restrittive e lavoratori socialmente utili, insieme, lavorano per uno stesso obiettivo a favore dell’intera comunità, si comprende àl’alto valore morale del progetto Archeo”. Domenica 5 agosto, alle 18, si terrà la premiazione delle opere, che verranno collocate in quello che diventerà il viale della Legalità, a Fordongianus, e nei comuni partners di Archeo.
Martedì 7 agosto, alle 21.30, il giardino del museo Antiquarium Arborense ospita la presentazione del saggio di Massimo Rassu "Templari, crociate, Giudicati e ordini monastico-cavallereschi nella Sardegna medioevale", a cura della Cooperativa La Memoria Storica e di Arkadia Editore. Insieme all’autore interverranno, Fabio Marcello, Antonio Forci ed Emanuele Melis. La serata sarà allietata dai canti gregoriani eseguiti dal trio Sine Nomine Arborense. Il saggio prende in esame la complessa questione della presenza degli ordini monastico-cavallereschi, in primis quello Templare, nella Sardegna del Medioevo. Attraverso lo studio di documenti poco conosciuti, spesso inediti, gli autori tracciano il profilo di un capillare insediamento degli ordini religiosi nel tessuto isolano a partire dal XII secolo. Rilevante l’attenzione mostrata sul problema dell’eredità dei beni templari, confluiti nel corso del tempo ai cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (poi di Rodi, oggi di Malta), soprattutto in virtù delle scoperte attinenti la commenda di San Leonardo di Siete Fuentes. Un libro ricco di spunti e interessanti notizie, che getta una nuova luce su un periodo poco conosciuto. La prefazione è curata da Massimo Lorenzani, della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. L’introduzione, invece, è a cura di Giampaolo Marchi, dell’Università di Cagliari. Alla stesura dei testi hanno collaborato Salvatore Borghero, Raffaele Carboni, Massimo Rassu, Fabio Marcello, Antonio Forci, Vincenzo Soddu, Battista Urru, Luca Piroddi, Gaetano Ranieri, Roberta Melis, Elena Marongiu, Emanuele Melis, Francesco Virdis, Francesco Carboni, Massimo Falchi Delitala.